VIVERE DA STRANIERI - Testimonianze di emigranti valguarneresi

di Monique Selva

(Estratto della tesi di laurea)

 

4.2 Emigranti valguarneresi

Dopo aver descritto brevemente come si progetta e si realizza una ricerca qualitativa, passiamo ad esaminare dei casi concreti attraverso la lettura di alcune testimonianze di emigranti valguarneresi per vedere con gli occhi ed i sentimenti degli intervistati il fenomeno sociale studiato.

 

4.2.1 Raccolta delle testimonianze in rete

Le testimonianze sono state raccolte attraverso Internet, sul sito www.valguarnera.com, nella sezione dedicata al forum, che consente di comunicare via e-mail con i valguarneresi di tutte le parti del mondo in cui vi sia internet. Due delle testimonianze raccolte sono state tratte dal supplemento de La Nouvelle Gazette/La Province, le Journal de Charleroi e le Peuple, del 18 giugno 1996.

Per avviare un processo di avvicinamento con l’intervistato sono entrata a far parte del gruppo iscrivendomi al forum. Per ottenere la piena collaborazione del soggetto, l’intervistatore deve riuscire a stabilire con lui un rapporto di fiducia, come “persona”.[1] Ho spedito loro una e-mail descrivendo lo scopo della ricerca, in cui chiedevo all’intervistato il consenso  a raccogliere la sua testimonianza, gli chiedevo pure di rispondere con sincerità e gli preannunciavo un successivo contatto. L’intento è stato quello di “far parlare”[2] l’intervistato, riuscendo a provocare un fluido racconto nel quale mi sono limitata ad “ascoltare” ed a fare ogni tanto qualche domanda di approfondimento.

Nell’intervista di tipo qualitativo esistono diversi tipi di domande:   

·         domande primarie:[3] (descrittive, strutturali, di contrasto);

·         domande - sonda: sono degli stimoli neutrali che hanno la funzione di incoraggiare l’intervistato ad abbassare le sue barriere difensive e a dare maggiori dettagli sull’argomento.

Ci sono diversi modi per stimolare a rispondere:

·         ripetizioni della risposta o di una sintesi delle ultime risposte;

·         incoraggiamento, espressione di interesse;

·         pausa;

·         richiesta di approfondimento.

Le testimonianze sono state conservate nella sua forma originale e completa, seguendo il criterio della trascrizione integrale,[4] inserendo anche le forme dialettali, gli errori di sintassi, ecc., per rendere più vivace e comunicativa la testimonianza. Infine, per completezza, tutte le testimonianze[5] sono state raccolte nell’Appendice e sono poi state interpretate alla luce dell’approccio sociologico di tipo interazionista.

 

4.2.2 Melina

Melina ha 58 anni. Si è trasferita a Milano subito dopo il matrimonio per seguire il marito. Fa la casalinga, ha due figli ed è felicemente sposata da 30 anni.

 

Ruolo tradizionale della donna-moglie e dell’uomo lavoratore:

 

Io per mio marito sono stata una presenza importantissima, determinante. Lo avrei seguito in capo al mondo perché è questo che una buona moglie deve fare con il marito.

 

Il ruolo femminile inteso in senso tradizionale è ciò che guida Melina e da rilievo alla sua identità.

 

Per lui sono stata una mamma, una sorella, una amica, sono stata la sua famiglia fino all’arrivo dei nostri figli, perché quando parti sei solo, solo con te stesso, la lontananza era troppa e non potevi tornare a Carrapìp tutte le volte che volevi vedere il papà o la mamma, quindi ci facevamo forza tra di noi, ci si affezionava molto di più.

 

Lei vuole essere quello che il marito si aspetta che sia, e crede che senza il suo aiuto probabilmente il marito non avrebbe resistito.

 

Io ero sempre li a casa ad aspettare lui che s’ mazzàva a vita a travagghjàr[6], a fargli trovare la tavola apparecchiata, le ciabatte davanti alla porta e un piatto sempre caldo. Io gli davo conforto nei momenti brutti, io lo cercavo di guidare quando si sentiva sperduto in situazioni difficili da prendere, io lo accoglievo quando era stanco la sera, io lo ascoltavo quando mi raccontava amareggiato le cose brutte che gli dicevano al lavoro, quando era deluso..e tutte queste cose lo facevano legare più a me e me a lui. Era su di me che scaricava le sue tensioni, le sue frustrazioni.

 

Si nota come il ruolo tradizionale della donna-moglie e dell’uomo lavoratore sia condiviso da Melina e come sia, in un certo senso, una condizione quasi naturale, caratterizzata da un forte grado di volontarietà più che un dovere imposto. Ma è davvero così? Melina sceglie davvero il suo ruolo o lei, come tanti altri individui, può essere assimilata ad un ripetitore di modi di pensare e di essere? Se la risposta è positiva, allora il doveroso comportamento da “buona moglie” rientra coerentemente all’interno di una visione consolidata sia della famiglia che, più in generale, delle relazioni sociali. Melina è quindi, in questo senso, culturalmente sottomessa in quanto sa che la sua presenza in quelle vesti è necessaria per la sopravvivenza della famiglia. Questo genere elementare di gerarchia familiare in cui la donna è sottoposta all’uomo, allo stesso tempo, mette la donna in una posizione di forza, per così dire, non agita, ma che si manifesta immediatamente proprio per come la relazione è organizzata. L’uomo ha bisogno di una buona moglie, e la donna sa, per educazione e per esperienza, come esserlo e lo diventa “senza esserne costretta” . E’ un dovere da cui trae prestigio. Da questa condizione deriva l’orgoglio di sentirsi indispensabile.

 

Solitudine e Controllo sociale:

La signora Melina e suo marito erano partiti per Milano e all’arrivo in quella città del Nord avevano compreso cosa volesse dire essere soli.

 

E io mi facevo forza e coraggio, quando lui era a lavorare, dalla mattina alla sera, io restavo a casa da sola, dovevo mandare avanti una famiglia da sola, senza l’aiuto e il consiglio della mamma, della sorella, della nonna o della baby sitter. Il pro era che ero libera, che potevo fare tutto quello che volevo senza dover dare conto a quello che diceva la gente, come in Sicilia, perché tanto non mi conosceva nessuno, però il contro era che ero sola.

 

I modelli di rete familiare cui era stata socializzata non esistono più. La solitudine di Melina non è causata dall’assenza del marito, ma dal fatto che ha cambiato regione e città e, soprattutto, contesto sociale. Il controllo sociale da parte della propria famiglia che in Sicilia la opprimeva, a Milano le sarebbe stato d’aiuto. Melina sperimentò almeno due generi di solitudine che riesce a descrivere in modo efficace:

 

Io restavo a casa da sola, senza l’aiuto e il consiglio della mamma, della sorella, della nonna o della baby sitter.

 

Questo primo tipo di solitudine è personale negli effetti, ma collettiva nelle cause. Nella prima parte del suo pensiero Melina descrive se stessa utilizzando uno stereotipo, quello della casalinga; nella seconda parte spiega che tale solitudine non deriva dal fatto che il marito è al lavoro, ma dal fatto che non può contare su altre figure familiari. A casa sua, in Sicilia, nel bene e nel male, non era mai sola. L’eventuale assenza del marito non era mai così evidente e quindi non pesava come invece pesa a Milano. Se da un lato Melina si accorge che poteva fare tutto quello che voleva

 

senza dover dare conto a quello che diceva la gente,   come in Sicilia, perché tanto non mi conosceva nessuno.

 

dall’altro proprio il fatto di essere sconosciuta era causa del secondo tipo di solitudine, quella che potremo definire sociale. In cuor suo Melina, soprattutto nei primi tempi, avrebbe voluto sopportare volentieri il controllo della cosiddetta famiglia allargata, istituto tipicamente meridionale, ma da questa essere supportata. Si trattava in fondo di uno scambio: sopportazione in cambio di supporto emotivo. Ma, anche in questo caso, la presenza di un certo tipo di controllo derivante dalla frequentazione assidua e reciproca rientra in quegli elementi che fanno in modo che un individuo riconosca e si riconosca in una comunità, quella cioè alla quale appartiene e sente di appartenere. A Milano tutto questo non esiste: a casa, da sola, senza famiglia e senza marito, con intorno una comunità alla quale ancora non appartiene e dalla quale viene percepita e classificata come corpo estraneo.

 

Pregiudizio:

 

Non posso nascondere che passato il momento iniziale dell’euforia, di trasferirsi in una grande città come Milano, questo mi portò a momenti di depressione che poi mi passavano quando la sera eravamo tutti insieme. Perché all’inizio non avevo amici, tutti ci trattavano con diffidenza, ci guardavano dalla testa ai piedi, si giravano quando ci sentivano parlare, ci buttavano sempre battutine sui terroni, che non sapevamo parlare bene l’italiano, che eravamo mafiosi, fannulloni...

 

Melina è una donna del sud, viene dalla Sicilia, moglie di un emigrante, è il tipico soggetto a rischio pregiudizio, quella “tendenza a considerare in modo ingiustificatamente sfavorevole persone che appartengono ad un determinato gruppo sociale”.[7] E’ vittima del tipico stereotipo del siciliano “terrone”, “ignorante”, “mafioso”, “fannullone”. E’ quindi una terrona, per definizione una mafiosa che non sa parlare italiano. Come sottolinea la Perrotta “non fa piacere essere definiti “vecchi”, “handicappati”, “poveri”, “incapaci”, “inferiori”,[8] ma Melina, suo marito, e altri come loro hanno dovuto sopportare anche di peggio. Melina e suo marito abitavano a Milano e le voci che lei sentiva erano di persone che «ci trattavano con diffidenza» perché tra loro che arrivavano da lontano e i milanesi non c’era niente in comune se non quel concetto attorno al quale tutto ruotava, cioè quello di accettazione dello straniero. E straniera era Melina per gli altri, così come gli altri lo erano per lei: era una questione di volontà. Melina doveva essere disponibile a far parte di una nuova comunità, così come quella comunità doveva essere disposta ad accoglierla. Non si trattava di esibire un po’ di pazienza da una parte e un po’ di tolleranza dall’altra, si richiedeva agli attori sulla scena di venirsi incontro e conoscersi.

 

Integrazione:

Melina non si abbatte e cerca una soluzione al problema.

 

Ma con intelligenza abbiamo capito che non dovevamo ascoltarli più di tanto, che dovevamo avere carattere e la volontà di andare avanti per la nostra strada, di non offenderci ma di superare tutto con l’ironia. E cosi con il tempo abbiamo conquistato la loro fiducia, hanno iniziato a fidarsi di noi perché hanno visto che io e mio marito eravamo leali, sinceri, calorosi, lavoratori…

 

Melina e suo marito sono riusciti ad essere considerati come “persone” prescindendo da stereotipi e pregiudizi. L’obiettivo era una sorta di integrazione reciproca, e così quando dice:

 

Ma abbiamo anche capito che per andare d’accordo con loro non dovevamo essere troppo indiscreti, non dovevamo disturbare più di tanto,

 

altro non fa che definire una situazione.

 

Qui l’amicizia viene gestita in maniera diversa, sono più freddi, più riservati.

 

Per esempio racconta il suo stupore

 

quando è nato il mio primo figlio, nessuno dei vicini di casa è venuto a farmi visita e io ci restai malissimo.

 

Questo fatto in Sicilia non sarebbe stato concepibile. Melina, però, non si limita a registrare il dato, ma ne fa tesoro, cioè lo trasforma in un informazione sui modi di pensare e di fare degli altri. In pratica Melina, con l’aiuto del tempo che non è altro che una collezione di esperienze, era riuscita a capire ciò che andava fatto, ma anche ciò che non doveva fare. Infatti racconta:

 

Poi per il secondo figlio non ci restai male perché avevo già capito come funzionava.

 

In un certo senso aveva fatto proprie consuetudini altrui e le interpretava esattamente per quello che erano, senza darne un giudizio preconcetto, perché stava pensando come loro. Se Melina non si fosse messa nei panni di quei milanesi che non erano andati a trovarla, se non avesse smesso di giudicarli negativamente, non avrebbe mai risolto il problema e adesso non avrebbe una sana vita sociale. L’interazionismo simbolico chiama questo meccanismo role-taking cioè la “capacità di conoscere la definizione dell’altro e assumere il suo punto di vista”.[9] Melina riconosce la relatività insita in ogni situazione e che la prospettiva dell’altro è comunicante, come una porta tra due stanze. Melina è una mente flessibile, e a differenza degli individui con mente rigida, riesce a considerare un oggetto da prospettive differenti. Ha fatto l’ingresso in un sottomondo: quello dei “milanesi”.

 

La socializzazione e i figli:

A proposito dei suoi figli Melina ne parla in questi termini:

 

I miei figli invece nati e cresciuti qui si sentono siciliani perché i loro genitori sono siciliani, però non andrebbero mai a vivere in Sicilia, stanno bene qui, sono ambientati bene. Amano la Sicilia per il sole, per il mare, per il cannolo, ma solo per qualche giorno in cui rimangono meravigliati dell’accoglienza dei parenti, degli amici, ma passata l’ebbrezza e l’euforia della novità vogliono ritornare su, perché sentono il peso della mancanza di libertà, il peso di una parentela troppo numerosa, il peso di doveri da fare perché se no lo zio si offende e la nonna ci resta male se non si pranza tutti e 30 insieme.

 

I figli di Melina hanno fatto però esperienze diverse rispetto ai genitori, non solo per il diverso momento  storico-sociale, ma anche per la diversa collocazione territoriale. Essi rifiutano infatti alcune importanti note di sicilianità. Essi “si sentono siciliani” perché sono figli di siciliani ma il fatto di essere comunque cresciuti lontani dalla Sicilia ha fatto di loro, per così dire, dei milanesi, nel senso che “amano la Sicilia per il sole, per il mare, per il cannolo, ma solo per qualche giorno”. A lungo andare, infatti “sentono il peso della mancanza di libertà”, “il peso di una parentela troppo numerosa”, “il peso di doveri da fare perché se no lo zio si offende e la nonna ci resta male”. Dobbiamo ricordare che a parlare dei figli è la madre e non loro stessi, perché altrimenti non si spiegherebbe come mai, se si sentono siciliani, alcune importanti note di sicilianità sono considerate delle seccature. Forse Melina desidera che i suoi figli si sentano siciliani, ma non riesce a negare l’evidenza che non lo sono abbastanza per sopportare quegli elementi di sicilianità che a lei mancavano così tanto nei primi tempi a Milano. Primo tra questi la famiglia, quella trentina di persone che pranzano tutte insieme e “che non è bello se manca qualcuno”. Se è vero che  “sono gli altri a dirci chi siamo e come siamo, e i messaggi introiettati nel corso della socializzazione primaria costituiscono la base su cui tutto il resto viene edificato, forniscono la chiave di lettura che ci fa interpretare i messaggi successivi”,[10] quale tipo di socializzazione primaria hanno interiorizzato i figli di Melina? Quali valori Melina ha trasmesso ai suoi figli? Perché dire socializzazione primaria significa, in definitiva, parlare di educazione. In questo caso sembra che la socializzazione secondaria cioè la scuola, gli amici, il cosiddetto gruppo dei pari, i media, abbia  avuto un’influenza maggiore rispetto all’indirizzo indicato nella fase primaria. Sentirsi siciliani significa appartenere ad un determinato gruppo, con delle caratteristiche proprie che lo individuano. Voler tornare a Milano il prima possibile, perché in Sicilia ci sono “pesi” eccessivi da sopportare, non sembra coerente con un autentico senso d’appartenenza. E’ un fenomeno interessante, e forse pure uguale, quello che si rileva: all’interno di una comunità per quanto piccola, come può essere la famiglia di Melina, vi sono dei membri i quali dovrebbero essere integrati mentre, seppure in maniera attenuata, manifestano pensieri e comportamenti non solo diversi, ma antagonisti. I figli di una madre siciliana, buona moglie di un siciliano emigrante, sono due giovani non solo ben ambientati a Milano, ma che “non andrebbero mai a vivere in Sicilia” e che quando ci vanno per qualche giorno tengono atteggiamenti simili alle persone che i loro genitori avevano incontrato nei primi tempi a Milano: atteggiamenti stereotipati.

 

4.2.3 Calogero

Calogero ha 54 anni, vive a Melbourne da 32 anni. E’ sposato, ha due figli e fa l’infermiere professionale.

 

Stereotipo e pregiudizio:

 

Per tanti anni ho dovuto sopportare che mi insultavano con parole offensive come WOG e DAGO perché non ci calcolavano a noi italiani alla sua pari. Mi dicevano che noi siciliani eravamo troppo gelosi, ignoranti e malviventi.

 

Leggendo il racconto di Melina abbiamo avuto notizia del pregiudizio e degli stereotipi di alcuni milanesi verso di lei e suo marito. Ora vediamo che anche oltre oceano, in Australia, l’opinione verso i siciliani può ricalcare quella sugli emigranti. Il signor Calogero racconta che lo insultavano con parole offensive come ″wog″ e ″dago″. Cosa significano queste due parole? Perché coloro i quali venivano chiamati in quel modo non erano “alla sua pari”? “Wog” è un termine gergale australiano che vuol dire “virus”. Calogero, emigrante valguarnerese, è un virus, cioè portatore di malattie. Naturalmente i virus, come ben sappiamo, tendono ad essere eliminati. “Dago”, invece, dovrebbe suonare come “maledetti stranieri”, oppure semplicemente come “italiano”; e dare dell’italiano a qualcuno, in Australia, equivaleva ad insultarlo pesantemente. Ciò che è interessante rilevare è che il concetto di categoria viene individuato attraverso parole che “tendono ad essere cariche di valore negativo”.[11] Calogero continua l’elenco delle definizioni, aggiungendo che:

 

mi dicevano che noi siciliani eravamo troppo gelosi, ignoranti, malviventi.

 

Possiamo fare riferimento, anche qui, a quello che veniva detto a Melina e cioè:

 

che non sapevamo parlare bene l’italiano, che eravamo mafiosi.

 

A Milano mancava il riferimento alla gelosia, per il resto si tendeva ad essere “più precisi” degli australiani, che preferivano rimanere sul generale. Infatti la malvivenza diventa mafia e l’ignoranza diventa non saper parlare l’italiano. Però gli australiani, in un certo senso, non lasciavano via di fuga a Calogero, utilizzando un marchio di riconoscimento, uno stigma ad ampio spettro. Furono i greci ad usare per primi la parola “stigma” per sottolineare degli aspetti fisici che erano collegati ad una condizione morale censurabile. Questa strategia è utilizzata nel controllo sociale formale, quando lo sguardo non è più diretto verso l’individuo, ma distolto da questo e diretto su categorie sociali considerate a rischio, in quanto probabili portatrici di disordine pubblico. L’emigrante, preso individualmente come categoria sociale, è un elemento di disturbo. Calogero è sotto il controllo dei vicini di casa, dei colleghi di lavoro e delle istituzioni, ma il suo lavoro è comunque utile a quella nazione, che lo scredita e lo controlla. Anche in questo caso con simili affermazioni, si può incorrere nella retorica o nella demagogia, ma se riflettiamo su questo doppio registro del disprezzo e dell’utilità, possiamo capire meglio perché emigranti e autoctoni si sopportano vicendevolmente. Naturalmente c’è una spiegazione di natura economica, che appare evidente trattando delle miniere di carbone in Belgio, quando ci fu un accordo tra il nostro governo e quello belga per far andare a lavorare gli italiani nelle loro miniere in cambio di carbone, e quindi, di energia. A noi però preme indagare le relazioni tra gli individui. Utilità e disprezzo: con queste due parole si può articolare  una frase di cui proveremo a spiegare il senso: l’utilità del disprezzo. Frase a doppia valenza, la prima per gli australiani, la seconda per gli emigranti; in questo caso, Calogero. Per definizione, ci si sente sempre superiori a qualcuno, nel senso che il concetto di superiorità, come anche il suo opposto, è un concetto relativo. Se non c’è nessuno con il quale posso confrontarmi è ben difficile che possa affermare di essergli superiore. Per dichiararsi superiori, si deve individuare qualcuno che possa svolgere efficacemente il ruolo dell’inferiore. Come Melina  anche Calogero in quanto emigrante è individuato come la parte debole e quindi come colui che può e deve recitare un ruolo disprezzato. L’interesse di coloro che cercano un confronto dal quale uscirne vincitori è pertanto verso coloro che sono ritenuti deboli. La debolezza individuale e sociale dell’emigrante è evidente. Egli arriva in una terra che non conosce, se non attraverso notizie necessariamente di seconda mano,[12] in uno stato di bisogno, quindi, è già predisposto a scendere a compromessi, senza la certezza di avere fatto la scelta giusta. In questo senso è la vittima predestinata dei “padroni di casa”.

Manca l’assunzione del punto di vista dell’altro (role-taking), si è privi di una definizione della situazione comune, ci troviamo di fronte all’assenza di una visione critica che conduce ad un esame parziale e distorto del soggetto estraneo, cioè in questo caso dell’emigrante siciliano valguarnerese.  Ecco che l’emigrante, diventa mafioso nella sfera pubblica, troppo geloso in quella privata, ignorante in entrambe. Il soggetto è quindi percepito come un pericolo per la società.

 

Bolla ambientale:                                                                                                                                          

Boorstin[13] introduce l’immagine efficace della bolla ambientale. Calogero la descrive in questo modo:

 

Ma una delle cose che mi faceva sentire a casa erano le canzoni italiane, napoletane, siciliane che sentivamo. Avevano un significato speciale, ricordo ancora il rifugio che ci davano mentre eri malinconico e scrivevi lettere ai parenti rimasti a casa e agli amici. E anche i libri della scuola elementare e media mi davano lo stesso effetto, ancora li conservo.

 

Il senso di questa operazione che sembra simile a quello di certi programmi televisivi quando fanno leva su determinati sentimenti, che si rifanno ai cosiddetti “bei tempi andati”, non ha come motore la nostalgia, ma quella volontà di costruire in luoghi non familiari, delle situazioni familiari, così da riuscire, ad ambientarsi in una realtà nella quale si vive, ma alla quale non si appartiene del tutto.

 

Socializzazione e valori:

 

Una delle differenze più importanti che ho trovato è che la nostra cultura siciliana ci proibiva di dire quello che si pensava, che si vedeva. Mi ricordo che mia madre mi diceva sempre: Calò, sa ch vij vij..gìrat de dda banna e fai finta r nent. (Calogero, qualsiasi cosa vedi.. girati dall’altro lato e fai finta di niente). Oppure : nan t m’scàr ne problema r l’àutr , ma s ‘no d’vèntan macàr i tuwj, (Non ti immischiare nei problemi degli altri, altrimenti diventano anche i tuoi). Quindi io sono arrivato in Melbourne con questa mentalità invece poi ho imparato a dire le cose storte che si vedono, ad essere giusti, anzi la cultura che ho trovato ci godeva a offendere la gente quando era nel torto.

 

Vengono a mancare in Calogero alcuni modelli di socializzazione interiorizzati all’interno della propria famiglia. Notiamo che egli, partecipa ad alcuni modi d’essere della nuova società, ma allo stesso tempo però, ne prende le distanze rimanendo fedele ad altri valori interiorizzati nel corso della sua adolescenza.

 

Io credo di non avere modificato delle cose dell’essere siciliano e non le cambierò mai come: la serietà in famiglia, la parola data con una stretta di mano, si dice in un detto carrapipano: u boi è r’sp’ttàt ppi corna, l’om ppa palora (il bue è rispettato per le corna, l’uomo per la parola). In Sicilia per come ricordo io se non rispettavi la parola data non eri niente, valevi zero come uomo, mentre gli australiani cambiano la parola da un minuto all’altro quando hanno da guadagnare anche per una sciocchezza. Un'altra differenza è il rispetto per le persone più grandi o per chi ha delle posizioni diverse dalle tue: qui si riferiscono tutti col TU, giovani, vecchi, ai dottori, ai maestri , anche al primo ministro, mentre per me mi è difficile dire del tu a certe persone.

4.2.4 Ventura

Ventura ha 58 anni, è partito da Valguarnera nel 1971. E’ sposato e ha 2 figli. Nipote di un minatore.

 

La partenza: scelta “obbligata” e insoddisfazione personale.

Il signor Ventura nel suo breve racconto tratta praticamente solo un aspetto della sua condizione di emigrante: il desiderio di tornare al paese. Per Ventura infatti l’emigrazione è stata ed è rimasta sempre e comunque solo una scelta “obbligata” derivata dalla necessità di far fronte ad una situazione economica estremamente precaria.

 

L’unica cosa che mi faceva stare meglio e che mi faceva sentire meno la lontananza era pensare al giorno in cui tornavo infatti contavo i giorni al rovescio e li tagliavo nel calendario e ricordare tutte le cose che avevo fatto quando ero laggiù. Questo mi faceva trovare un poco di serenità. Il lavoro che era stava l’unica cosa che mi aveva fatto prendere la scelta dell'emigrazione era per me come qualcosa di esterno alla mia vita, non mi riusciva a dare realizzazione o gratificazione, ma era solo qualcosa di temporaneo , come un mezzo per raggiungere  il mio scopo che era quello di ritornare a casa.

 

La miniera:

Il nonno di Ventura lavorava in miniera, ecco come lui lo ricorda:

 

mio nonno prima di lavorare in miniera, lavorava nei campi e la voglia di cambiare era così grande che qualsiasi altro lavoro sarebbe stato più bello, più leggero, anche la miniera. Ma poi quando vedeva i propri compagni morire, si rese conto che non era proprio così.

 

La nostalgia e la corrispondenza con la famiglia:

 

Io penso che dalle lettere che nei primi tempi di emigrazione si mandavano ai cari rimasti in paese si può vedere bene la passionalità che noi siciliani avevamo, il calore che ci univa ai nostri familiari. Nelle lettere raccontavamo i pregi e i difetti della vita quotidiana che svolgevamo, tutte le cose belle ma anche i drammi vissuti così lontani da casa anche se certe volte non dicevamo le cose brutte per non fare dispiacere a casa.

I dispiaceri più frequenti che ho dovuto affrontare erano la mancanza di mettermi in contatto con i familiari perché il telefono lo usavano solo i ricchi e la nostalgia mi dava un dolore fortissimo. Ma con il passare dei mesi, degli anni ho imparato  a convivere con il sentimenti della malinconia e della nostalgia.

 

Il ritorno come unico obiettivo:

Se il concetto di carriera[14] ci aveva permesso di interpretare alcune frasi di Melina e Calogero, Ventura invece essendo

 

rimasto in Francia solo per necessità di tipo economico ma pensando continuamente al ritorno a Valguarnera quando così potevo finalmente ritrovare la mia famiglia, le mie abitudini

 

considera la sua permanenza in Francia come un fatto temporaneo e strumentale. Se leggessimo le parole di questo valguarnerese emigrato in Francia senza sapere nulla di lui, potremmo pensare di essere di fronte a un soldato:

 

l’unica cosa che mi faceva stare meglio e che mi faceva sentire meno la lontananza era pensare al giorno in cui tornavo, infatti contavo i giorni al rovescio e li tagliavo nel calendario e ricordare tutte le cose che avevo fatto quando ero laggiù. Questo mi faceva trovare un poco di serenità.

 

Oppure di essere di fronte a un carcerato.

 

I luoghi della memoria:

Il signor Ventura, tornando al paese a passare le ferie, si sentiva in

 

dovere di andare a visitare il cimitero dove riposava mio padre e altri parenti della famiglia. Questo mi faceva sentire più in contatto con le mie origini e radici.

Una altra tappa obbligatoria che mi dava una grande pace dentro era la visita ai luoghi dove andavo nell’infanzia, gli amici che frequentavo e  la casa dove ero nato

 

Questo “dovere” era però affiancato al piacere di

 

risentire di nuovo i sapori e gli odori della parmigiana che amavo tanto, delle frittelle di riso col miele che mi cucinava mia mamma.

 

Ventura è come se fosse emigrato rimanendo all’interno della sua personale bolla ambientale, senza la volontà di elaborare un progetto di vita alternativo. Egli sembra non pensare alla possibilità di partecipare ai modi di vita di un’altra società. In questo senso, il soggetto annulla uno dei due presupposti necessari all’avviamento di quel meccanismo sociale a due sensi che vede la società di arrivo predisporsi all’accoglienza del nuovo membro e quest’ultimo agire in modo tale da dimostrare la sua volontà di far parte della nuova comunità.

 

Considerazioni:

Si comprende che Ventura vive un’esperienza diversa dai suoi compaesani Melina e Calogero. Essi infatti pur all’interno di un contesto conflittuale caratterizzato dal pregiudizio, dallo stereotipo, dallo stigma, da una solitudine multiforme, dalla mancanza di elementi familiari, dal desiderio di evocarli, dalla difficoltà di definire efficacemente la nuova situazione, “guardano avanti”, hanno una prospettiva, si proiettano nel futuro. Al contrario, il concetto base che accompagna le parole del signor Ventura è quello di una non totale elaborazione della nuova realtà: Ventura, in un certo senso, non ha mai lasciato Valguarnera. Possiamo dire in conclusione che l’emigrazione di Ventura era stata esclusivamente dettata da una condizione di emergenza economica che doveva essere risolta in breve tempo e in maniera efficace, ma che non contiene nessun progetto a lungo termine.

 

4.2.5 Filippo:

Il signor Filippo ha 60 anni, è arrivato in Belgio 40 anni fa. E’sposato, padre di due figli, pensionato.

 

La Rete:

Dalle prime parole del racconto del signor Filippo emerge l’importanza della presenza di una “rete” nella decisione di emigrare.

 

Ci scrivevamo nelle lettere che fuori dal paese al Nord o all’estero si stava bene perche c’era “u travagghj” per il capofamiglia ma anche per i figli, che li pagavano bene e che si stava tranquilli. Anche i parenti che andavano a trovarli tornavano dicendo : “ u saj, cummà, i ma figghj dda ncap stan buwn. I carùs travàgghjan e a stu mìs s cattàn macàr a telev’sìon”.

Allora tutte queste cose ci facevano venire voglia di partire anche noi, perche il piacere di scoprire quel mondo migliore era più forte di tutto, invece “o paìs” non c’era nessuna speranza di trovare un lavoro ben retribuito e che ti mettevano in regola.

 

Questa è radio-emigrante, il passaparola della speranza, il colpo di grazia al desiderio di rimanere in paese. Questa è la “rete”: quelli che sono già sul posto, quelli che stanno guadagnando bene, che hanno trovato la tranquillità economica. Con tali sirene che cantano, come si può resistere? Si verifica una pre-costruzione della realtà. E’ come leggere il giornale o guardare la televisione e trarre da ciò che si è letto o visto abbastanza materiale per pre-figurarsi la situazione, così come sarà. O come sarebbe dovuta essere…

Ma il signor Filippo ci confessa che:

 

prima di raggiungere il posto dove vivo oggi, per un anno ci siamo fermati in provincia di Como dove un cugino di mio padre ci aveva ospitati il tempo di cercare un lavoro e con i soldi del primo stipendio affittare anche noi una stanza dove dormire ma si sa che dopo tre giorni l’ospite puzza come il pesce. 

 

Notiamo qui il mancato effetto positivo della “rete”, che di solito funziona da ammortizzatore sociale. Il signor Filippo usa un modo di dire efficace per comunicare una situazione di disagio, laddove avrebbe anche potuto non presentarsi. Nelle parole dell’emigrante si rileva inoltre una sorta di doppio pregiudizio: uno agito, l’altro subito. Se il signor Filippo si identifica nel pesce che puzza, non è detto che l’ospitante gli abbia davvero comunicato questa sensazione. In altri termini, si potrebbe ipotizzare la presenza nella forma mentis del signor Filippo di un rifiuto all’essere ospite di qualcuno, cioè una sensazione di malessere nel dover accettare il ruolo di colui al quale viene fatta una cortesia. L’ipotesi che possiamo avanzare è che il signor Filippo avesse già costruito la realtà che stava andando a sperimentare. In sintesi, era partito prevenuto, influenzato da un pregiudizio.

L’emigrante Filippo emigra due volte: dal sud Italia al nord Italia e dal nord Italia al Belgio. Volendo rendere soft il distacco dalla sua realtà, passando attraverso un filtro familiare si scontra immediatamente con un atteggiamento emarginante. Troviamo in questo passo una conferma a quanto detto:

 

Siamo partiti con il treno, abbiamo viaggiato per lungo tempo per raggiungere un paesino in provincia di Liegi, in Belgio, dove inizialmente ci hanno ospitato i miei padrini di cresima e dopo ci siamo dovuti arrangiare da soli.

 

Il signor Filippo continua quindi a subire la “rete”. Dopo i parenti di Como, quelli in Belgio. La caratteristica principale della condizione del signor Filippo è la necessità di una continua ridefinizione della situazione. Il signor Filippo evidenzia un rapporto conflittuale con le figure della “rete” familiare. Loro, a quanto pare, sono già “sistemati”. Hanno un lavoro, una casa, dei tempi e degli spazi di vita: soprattutto sono riconoscibili e si riconoscono in quello che sono e in quello che fanno. Il signor Filippo, partito per fame, e per dare alla propria famiglia una qualità di vita decente, si deve confrontare, in prima battuta, con luoghi nuovi in cui soggetti familiari interagiscono con lui da una posizione privilegiata.  Il signor Filippo sperimenta più volte quel senso d’inferiorità che, in qualche modo, ogni emigrante prova lasciando la propria terra, come se partire equivalesse a riconoscerne la natura matrigna.

 

Il motivo della partenza:

 

Perche si partiva? Per fame, per la disperazione di non potere sfamare 5 figli e una moglie.

A me mi piaceva andare a scuola, ero pure bravo ma ho iniziato a lavorare a 14 anni, dopo la scuola media, a quei tempi e a quell’età non avevo scelta, dovevo lavorare con i muratori, se volevo guadagnare qualcosa di serio per aiutare la mia famiglia.

Ho iniziato con 1000 lire al giorno, se ti dico 50 centesimi sembra ancora meno. Ma con i muratori non c’era la possibilità di essere dichiarato, per avere tutti i diritti. All’età di 14 anni si era già grande e non si poteva andare a fare l’apprendista.

Ho abbandonato la mia terra, perché la mia terra mi ha abbandonato.

 

Alla risposta precisa e decisa, “si partiva per fame, per la disperazione di non potere sfamare 5 figli e una moglie”, non corrisponde un’elaborazione altrettanto precisa e netta delle modalità con le quali agire per soddisfare i bisogni. Emerge dalla risposta suddetta il ruolo che il signor Filippo si sentiva addosso, cioè quello del capo-famiglia, responsabile unico.

 

 

Sentimenti contrastanti:

Proviamo a pensare cosa può avere rappresentato attraversare l’Italia da sud a nord per chi, al massimo, da Valguarnera era andato ad Enna. In questi casi si usa l’espressione “sentimenti contrastanti”, cioè uno stato emotivo non facilmente identificabile. Era questo lo stato in cui si trovava il signor Filippo alla vigilia della partenza:

 

L’idea di andare via era abbracciata con eccitazione e felicità. Eravamo contenti di partire per il viaggio,  anche se ho avuto subito il tempo di pentirmi per la qualità del viaggio, giorni su quel treni super affollati dove stavamo anche all’in piedi.

Io e i miei fratelli eravamo contenti perché andavamo alla scoperta, di qualcosa che non conoscevamo, le città, i monumenti, il treno ecc… Ma era anche una emozione mista, da una parte c’era l’avventura pensando al viaggio in treno, tenendo in mente che i miei viaggi a quel punto erano limitati a qualche viaggio per l’ospedale di Enna. Dall’altra parte c’era l’ansia e la preoccupazione di mia madre di non sapere cosa si andava a trovare che diceva “cu sap unna ama jr a f’nìr…”

 

 

 

Pregiudizio:

 

Quindi avevamo grosse difficoltà ad inserirci in un ambiente sconosciuto e diverso dal nostro. Abbiamo sofferto tanto i pregiudizi soprattutto nei lavori, ti guardavano come ti vestiti, come ti comportavi, cosa e come mangiavi per poi insultarti, mentre a scuola appena sbagliavi ti ridevano in faccia. Poi però fortunatamente ci hanno conosciuto meglio e hanno cambiato idea ma solo di noi che eravamo li, non di tutti i siciliani in generale. Si scherza sempre col siciliano = mafioso, ma più per scherzo che per convinzione, non perché lo pensano di quelli che hanno realmente conosciuto ma più per i film che vedono in televisione.

 

Differenze:

 

Una delle differenze incontrate era l’educazione civile e il rispetto per il prossimo, la  gentilezza delle insegnanti o negli ospedali o negli uffici postali, ti salutavano e ringraziavano fino a farti stufare.

 

Filippo, nel relazionarsi con insegnanti, medici, infermieri  e impiegati alle poste, nota delle differenze rispetto al modo in cui era stato socializzato a Valguarnera. Si nota comunque che Filippo nonostante avverta queste differenze e sappia che sia “più educato salutare”, afferma che “ti ringraziavano e salutavano fino a farti stufare”.

 

La difficoltà della lingua:

La lingua è uno degli indicatori di appartenenza culturale[15]. Si potrebbe sostenere che il legame con il paese d’origine sia più saldo se il dialetto rimane la prima lingua appresa, mentre l’integrazione nella nuova società sia migliore se l’emigrante parla il dialetto sempre più sporadicamente.

 

Una delle più importanti difficoltà incontrate è stata la lingua. Noi eravamo abituati a parlare solo in dialetto quindi ce ne è voluto di tempo per iniziare a dialogare con gli altri.

Nella prima esperienza di emigrazione in provincia di Como, ho fatto delle conoscenze con i vicini di casa.

Una volta un amico è scivolato, si è fatto male ad una gamba, non poteva camminare, io andavo a trovarlo tutte le sere, dopo cena.

Il sabato sono stato invitato a cena da loro. La mamma del mio amico mi ha chiesto qualcosa sul  riso, ho risposto subito di si.

Io non avevo capito cosa realmente mi aveva detto, lei parlava solo il dialetto comasco. Poi il mio amico mi ha precisato in italiano che mi aveva chiesto se mi piaceva il “risotto alla milanese”. Era la prima volta che lo mangiavo. Straordinario, forse di cosi buono non ho più mangiato niente o forse è solo la mia memoria che cerca ancora quel momento.

 

La nostalgia e i mezzi di comunicazione:

Anche in Filippo, come in Ventura vi era molta nostalgia per il paese e per i parenti. La corrispondenza epistolare e l’invio dei saluti tramite i compaesani che ritornavano dal paese erano le uniche forme di comunicazione possibile.

 

La nostalgia per il paese e per i parenti rimasti si sentiva tanto, soprattutto nelle feste come Natale o Pasqua, anche se io ero molto giovane e forse sento più nostalgia oggi che allora.

Così per colmare la mancanza ti scrivevi lunghe lettere ogni 15 giorni con i cari rimasti in paese, perché il telefono era troppo caro , era un lusso e non si era abituati a sprecare il denaro guadagnato con il sudore, solo per i casi si urgenza si andava al centralino per fare una veloce telefonata, mentre normalmente si aspettava che occasionalmente le notizie ce le portavano i compaesani dopo un lungo viaggio in paese.

 

La bolla ambientale:

 

Ricordo che molte famiglie si ritrovavano tra di loro per ascoltare la musica, serate in cui il gira dischi distillava le più belle melodie, da: “Cara moglie di nuovo ti scrivo”, a “Marcinelle”, da “Fox Trot della nostalgia” al  “Il treno che viene dal Sud” e tutto il repertorio delle canzoni strappalacrime.

E’ stata tanto determinante la musica per gli emigranti che io tengo una trasmissione di vecchi successi, in una radio locale italiana di Liegi, radio che si può ascoltare anche via Internet.

 

Il ruolo della donna e la sua emancipazione:

 

La donna è stata determinante, sono state i muri delle case degli emigranti, sono state più forti degli uomini in tanti casi, sia fisicamente , crescendo i figli , mantenendo la casa pulita e ordinata , lavorando nello stesso tempo in fabbrica, sia moralmente, la donna faceva sentire l’uomo meno solo , lo aiutava a vivere più serenamente. E inoltre per la donna siciliana è stata una grandissima vittoria. Non era più obbligata a stare a casa, a lavare, stirare, cucinare, ma era praticamente obbligata ad andare a lavorare perche i soldi non bastavano mai e uno stipendio in più faceva sempre comodo. Nei primi tempi del mio arrivo in Belgio, le donne siciliane ( di mia conoscenza) non lavoravano , ma poi col passare del tempo si sono messe a lavorare e per più delle volte più degli uomini, che iniziavano già a pagare la “silicosi”, malattia del minatore. Cosi la donna  iniziava ad uscire da sola, ad essere più autonoma,  ha iniziato a ribellarsi a certe situazioni e a prendere più posizione. In alcuni casi si può dire per fortuna loro, un po’ di giustizia è stata fatta, in altri invece ci hanno guadagnato solo gli avvocati.

 

La socializzazione e i valori:

 

e poi era sconvolgente anche se ero piccolo, perché dovevo lasciare i miei amici, i compagni della scuola, i miei passatempi.

 

Ritroviamo in queste parole il concetto di gruppo dei pari, legato a quello della “socializzazione secondaria”. Se la famiglia, responsabile della socializzazione primaria, parte insieme a lui, gli amici e i compagni di scuola, responsabili di quella secondaria, non partendo con lui, lasciano un vuoto in Filippo.

Ci sono tante abitudini, modi di fare, mentalità  che abbiamo modificato per non fare brutta figura e per migliorarsi, ho sempre cercato di vedere chi faceva meglio di me e ho provato ad imitarlo, anche se non è stato facile, perchè le nostre radici sono troppo forti, quindi ci sono delle usanze, delle tradizioni che non ci abbandoneranno mai. Ad esempio, quando sono nati i miei figli, non ho messo il nome dei miei genitori e cosi i miei genitori si sono offesi e ci considerano troppo moderni di mentalità. Dell’essere siciliano ho mantenuto l’orgoglio,la gelosia, la presunzione, l’essere testardo, cocciuto ma integro, generoso , sempre disponibile ad aiutare gli altri.

Del luogo di residenza invece ho cercato di imparare la cordialità, il rispetto per l’ambiente, il rispettare le regole, le file al supermercato o dal dottore,di essere meno “malandrìn”.

 

La socializzazione dei figli

 

Per i nostri figli tutto è stato più semplice perchè sono nati qui e non hanno incontrato nessuna difficoltà anzi sono fieri di dire che sono siciliani.

Non vogliono assolutamente tornate in paese, solo per le vacanze si, perche ci piace il mare e il sole, ma dopo un paio di settimane sentono nostalgia della loro casa, amici e del posto dove sono nati. Per loro è questa la loro casa.

4.2.6 Antonio[16]

L’esproprio di un destino:

Antonio riferisce che era il primo della classe e che tutti avrebbero voluto che continuasse a studiare:

 

 Ma mio padre non ha voluto. Non aveva i soldi per comprare i quaderni.

 

Qui comincia il racconto di Antonio e, in certo senso, è qui che finisce. La sua vita, da ciò che racconta, non è mai stata la sua. Sognava di aprire una drogheria, ma “mio padre non ha voluto, dovevo coltivare la terra”. Antonio partì nel 1946, in un giorno storico: il 12 ottobre. Ma non ebbe la fortuna di Cristoforo Colombo…

 

La partenza:

 

In quel treno tutto rotto, sentivamo Liège, Namur,  Charleroi... Non sapevamo nulla, se erano delle città o cosa altro? Eravamo tutti ammassati e quando siamo arrivati, c’era un camion, un uomo e una donna ci dissero di salire.

 

Volendo fare un riferimento letterario, il racconto di Antonio sembra uscito da un testo kafkiano. Appare il concetto di “impossibilità della reazione”. Antonio sembra non riuscire a definire la situazione, sembra non trovare gli strumenti per gestire i cambiamenti, appare immobile come un burattino che viene maneggiato da altri. 

Il racconto di Antonio, per quanto breve, è interessante perché vi assumono notevole rilevanza i bisogni primari.

 

Siamo arrivati a Marcinelle, avevamo molta fame, in quei giorni non avevamo mangiato niente”

 

E ancora:

 

I tedeschi lavoravano con noi ma erano meglio che noi, perché quando si alzavano potevano farsi una doccia, noi no.

 

 

 

La carriera:

Però Antonio era stato uno studente modello e sente la necessità di “comprare un piccolo dizionario e un quaderno” dove annotare le parole e le frasi che non capisce. Questo è l’unico momento del racconto in cui il soggetto agisce in vista del raggiungimento di uno scopo. Forse lo stimolo a comprare il dizionario è un modo di riappropriarsi di una vocazione - quella allo studio-  censurata dal padre. O il modo per sfuggire da una condizione socio-economica che mortifica il diritto degli individui ad autodeterminarsi. Antonio smette di studiare, non perché suo padre non vuole, ma perché mancano i soldi per comprare i quaderni. Ecco che Antonio, da emigrante che ha subito un destino, appena ne ha la possibilità si prende una rivincita, per quanto piccola, per quanto simbolica possa essere. Ma sappiamo quanta forza possono avere i simboli. Antonio, dicevamo, diventa attore-soggetto, e compie quell’azione che suo padre non aveva potuto permettersi: scegliere.  Costretto a non studiare, a partire, a lavorare in miniera, ora vuole capire; e comincia dalle parole che gli rimbombano attorno. C’è in questo piccolo dettaglio, che sembra quasi un fatto ovvio, il senso di una vita, che si cela soprattutto in gesti significativi, non necessariamente eclatanti.

 

4.2.7            Giovanni[17]

Il simbolo della Cantina:

Ma dove alloggiavano le migliaia di minatori arrivati in Belgio? Nelle baracche o nella Cantina. Il signor Giovanni, nel suo breve racconto, ce ne parla. La firma sul registro degli stranieri del primo cliente della Cantina risale al 24 aprile del 1947. La Cantina può essere paragonata ai Centri di prima accoglienza che oggi ricevono gli extracomunitari, soprattutto quelli creati nel sud della penisola. Erano, quindi, luoghi di ricovero temporaneo, dove si poteva notare la presenza e la creazione di bolle ambientali.

 

La Cantina serviva anche da luogo di incontro, da salotto, dove si discuteva per ore e ore delle vicende, spesso delle disgrazie della comunità italiana.

Luoghi angusti, dove per ogni “stanza” si contavano almeno otto persone, si trasformavano in salotti grazie al fatto che lì si ritrovavano persone che avevano una origine comune. Proprio questa origine comune andava protetta in quanto era l’unica cosa che permetteva loro di riconoscersi e farsi riconoscere: era orgoglio e vergogna, amore e odio; ma comunque sia era “luogo” dove sentirsi meglio, quasi a casa.

 

 

 

 

 

 

 

4.3 Considerazioni finali:

 

 

L’interazionismo simbolico […] offre concetti che mettendo a fuoco le dinamiche delle trasformazioni, mostrano come avviene il passaggio da una fase all’altra e consentono di cogliere i significati che stanno alla base del cambiamento.[18]

 

 

 

Alcuni concetti dell’ Interazionismo simbolico che mettono in luce il rilievo dei modi di pensare delle “definizioni delle situazioni” in determinati contesti, ci hanno permesso di interpretare le testimonianze di alcuni emigranti valguarneresi. Dalle loro testimonianze emergono i seguenti punti in comune:

·         la maggiore facilità di integrazione delle persone con “mentalità flessibile”.

·         il problema economico come principale fattore push;

·         l’ansia e l’eccitazione di affrontare una nuova realtà;

·         il ruolo fondamentale della donna;

·         lo stereotipo del siciliano “mafioso, ignorante, fannullone…”;

·         il pregiudizio degli autoctoni nei loro confronti;

·         alcuni modelli della socializzazione primaria che contrastano con quelli della socializzazione secondaria;

·         la nostalgia dei propri familiari e della propria terra;

 

 

 

Capitolo 5

 

Il “Nuovo” emigrante

 

 

5.1 Villaggio globale e Globalizzazione

Per la prima volta nella storia, l’economia di mercato ha assunto dimensioni mondiali, sospinta dalla riduzione delle tecniche di produzione, delle comunicazioni e dell’informazione. Con un ritmo sempre più rapido il mondo tende irresistibilmente all’unità.[19]

 

La locuzione “villaggio globale”[20] è stata proposta da Marshall McLuhan, uno studioso delle comunicazioni di massa, nel 1964, nel suo libro Gli strumenti del comunicare in cui, nel passaggio dall’era della meccanica a quella elettrica, ed alle soglie di quella elettronica, analizzava gli effetti di ciascun "medium" o tecnologia sui cambiamenti del modo di vivere dell'uomo. Il mondo nuovo apertosi nel Novecento è per Mc Luhan caratterizzato da una decentralizzazione che sposta il punto primario di interesse e di osservazione (e di finalizzazione) dalla soggettiva visione nella dimensione di villaggio, alla spersonalizzata visione globale. Indicata da taluni come un ossimoro, la locuzione è divenuta di vastissima diffusione al sorgere di nuove tecnologie (tra cui Internet) che consentono  una facilitazione ed un'accelerazione delle comunicazioni umane. In questo senso, spesso senza riferimenti all'originario senso filosofico, la locuzione si applica per mostrare come il mondo si sia ridotto ad un ambito facilmente esplorabile al pari di un villaggio, e che (almeno per la comunicazione) ciascun villaggio ha oggi abbattuto quasi totalmente i suoi confini. Alla locuzione si fa in genere risalire il termine di globalizzazione.

Con il termine globalizzazione si indica il fenomeno di crescita progressiva delle relazioni e degli scambi di diverso tipo a livello mondiale in diversi ambiti osservato a partire dalla fine del XX secolo. Sebbene con questo termine ci si riferisca prevalentemente agli aspetti economici delle relazioni fra popoli e grandi aziende, il fenomeno va inquadrato anche nel contesto dei cambiamenti sociali, tecnologici e politici, e delle complesse interazioni su scala mondiale che, soprattutto a partire dagli anni ottanta, in questi ambiti hanno subito una sensibile accelerazione. Il termine globalizzazione è utilizzato anche in ambito culturale ed indica genericamente il fatto che oggi ci si trova spesso a rapportarsi con le altre culture, sia a livello individuale a causa di migrazioni stabili, sia nazionale nei rapporti tra gli stati.

5.2 Emigranti negli anni’90: alcune testimonianze

Chi è l’emigrante italiano che parte negli anni ’90? Non si può parlare di un tipo solo di emigrante, ma di categorie. C’è ad esempio l’emigrazione dei colletti bianchi, dei manager