NENA
di Beatrice Vacirca Arena
I
Se non avessi un “certo” requisito, ora non potrei entrare in queste pagine per raccontarlo: il requisito, per disgrazia, ce l’ho ed eccomi qua.
Oltretutto, una storia in più aiuterà l’autrice a riempire le pagine della sua “antologia”, e vi prego di credere che la rivivo solo per fare un favore a lei, considerando un eventuale interesse da parte vostra come una vera e propria ricompensa.
Il mio nome è Nina, da Mariannina a sua volta da Marianna. Mio padre mi chiamava Nena perché era forestiero.
Come si sarà capito, sono una delle ragazze “disonorate”: tra virgolette per i tempi moderni, ma quando accadde le virgolette non si mettevano neppure nei verbali della polizia e nelle relazioni dei medici. Disonorata e basta!
Il come, il perché, l’antefatto, il misfatto e le conseguenze restavano pertinenza privata dei protagonisti. Solo “il fatto” diventava universale ed era ciò che più intrigava l’attenzione di parenti, amici, nemici ed anche sconosciuti. Nessuno si sottraeva da quel tipo di curiosità e da quel tipo di scandalo, che, diciamolo, era “lo” scandalo per eccellenza: molto più della frode, della ricettazione, della corruzione e della delinquenza incarnata. Secondo, a breve distanza, solo all’omicidio: forse per la rarità con cui avveniva.
E poi è anche vero, (chi meglio di me può confermarlo!) che alla fine tutti gli scandali cadono in prescrizione trovando per loro una giustificazione mentre per “questo” non c’è prescrizione e giustificazione che tengano: resiste appiccicato come un tatuaggio invisibile ma indelebile, nella memoria di vittime, giustizieri e contemporanei.
I sentimenti, l’abbattimento morale, il disprezzo deliberatamente manifestato, che accompagnerà la vita di chi lo vive, non si valutavano. Si puntava solo e unicamente sul “fatto”, tanto segreto e venerato se avveniva entro le regole, quanto violato e ricco di dettagli, per lo più fantasticati fino al disgusto, se fuori di esse.
E’ passato molto tempo e sono in grado di svelarlo con un certo distacco. Ho avuto altri guai che hanno fatto scolorire il passato anche se tutto iniziò e si estese da “quel” passato.
Immaginatemi di buona altezza, pelle chiara, naso piuttosto grosso e due grandi occhi azzurro chiaro come spalancati in continua meraviglia. Non so se fossero così anche da ragazza, per assenza di fotografie, so che sono rimasti con quest’espressione fino ad oggi che ho superato i settant’anni.
Immaginatemi riservatissima, con il disagio di chi non parla mai di sé per umiltà, per ritegno, per educazione e per fissazione inconscia. Come ogni ragazza del paese, avevo un senso di soggezione predominante che però non causava alcun tormento: la sentivo e la gestivo come una parte di me e ci coesistevo. Del resto in paese, allora, ci sentivamo tutti al di sotto di tutti. Chi, uscendo di casa, non si sentiva minore alla coetanea con i riccioli ben riusciti fatti in casa? Se poi aveva qualcosa di nuovo addosso era la fine. Quella fiducia acquisita di fronte allo specchio, in cui ci sentivamo alquanto degne di mostrarci in pubblico per la passeggiata, crollava di colpo facendoci rimpiangere di averla fatta. Si tornava a casa più sconsolati di quando non si usciva affatto. Credevamo che il ragazzo che occupava i nostri pensieri, sicuramente faceva il confronto ed era uno smacco: anche questa era fantasia.
In casa eravamo cinque figli, su nove nati, scampati alla morte per banali infezioni di varia natura che allora falciavano bambini di qualsiasi ceto sociale: tempi in cui perdere uno o più figli, era la principale probabilità che ogni donna sposata includeva nel conto.
Avevamo tutti grandi occhi azzurri ereditati da mio padre e quando io nacqui egli era diventato cieco da poco, dunque non mi ha mai vista.
Con gli anni che passavano sfuggiva dalla sua memoria ogni evoluzione e mutamento di persone, come delle cose, mentre si affinava la percezione di suoni, anche flebili, che diventavano sempre più il nesso decifrabile nel buio del suo universo.
Mio padre proveniva da quelle famiglie dove non mancava niente. Avevano un po’ di terra ed erano due fratelli e una sorella. Lui era il più piccolo.
Un giorno, a diciannove anni, tenendo d’occhio le mucche al pascolo, gli si presentò la rara occasione di scambiare qualche parola con la figlia del campiere, dietro le mura di una masseria poco distante. Mentre la ragazza si lasciava sviolinare, mio padre pregustava la possibilità che il “successo” di quel primo passo lo portasse al secondo e , si Diu voli, ai successivi.
Improvvisamente apparve il di lui fratello che vista la scena, come un indemoniato, lo afferrò per i capelli e lo trascinò via mentre la ragazza, presa dal panico, fuggiva dentro casa. Mio padre non reagì per riguardo al fratello maggiore, e lasciava che lo colpisse con calci e pugni, proteggendosi la testa con le braccia. Così i calci finivano sui fianchi e i pugni sulle spalle con una furia, ci raccontava mia madre, da far credere di avere intenzioni di sfondarle, finché il ragazzo non restò a terra privo di sensi.
Che l’ira del fratello fosse dovuta ad una gelosia nei confronti della ragazza non è mai stato chiarito: mio zio, che nessuno di noi ha mai visto, si difese dicendo di averlo castigato per aver lasciato senza custodia le bestie rischiando che venissero rubate.
Mio padre rimase in coma per qualche giorno, giudicato più di là che di qua tanto da indurre la madre a tenersi pronta per il funerale.
Egli miracolosamente riuscì a riprendersi, e man mano che le forze arrivavano sentiva crescere la determinazione di farcela per chiudere la partita. Più che il pericolo per la propria vita, mio padre non perdonò l’umiliazione sofferta davanti alla ragazza.
Durante la convalescenza, infatti, progettò di allontanarsi da quei luoghi per cancellare dalla sua vita famiglia e passato. Era l’unico modo per rivalersi.
Così fu: venne a Valguarnera a fare il garzone per diversi anni e non volle più rivedere il suo paese, i genitori e ancor meno il fratello che rinnegò per sempre. Era l’anno 1904
Poi comprò un po’
di terreno, sposò mia madre che portò in dote una casa a pianterreno con
“l’aria” libera, e la famiglia, finché mio padre non perse la vista
definitivamente, conobbe la pace delle persone pure e innocenti, di quelle che
ogni sera si sedevano accanto al braciere costruito di gesso, per arrostire
olive o ”cipollette” e con un pezzo di pane, senza neanche alzarsi dal fuoco,
come in un dipinto di Millet, faceva la cena con il lume a petrolio appoggiato
sulla buffetta.
Come tanti altri anch’egli nel 1910 andò in America, ma quando giunse, dopo quattro anni, il tempo di richiamare la famiglia, risolse di ritornare indietro. Sapete perché? Perché durante la traversata, sempre nella narrazione di mia madre, lo spettacolo a cui aveva assistito sulla nave, con passeggeri di entrambi i sessi, buttati a munzieddu, qua e là senza distinzione, e l’insistenza di certi bifolchi che ‘ncuiatavanu le giovani donne, che insieme ai figlioletti piccoli raggiungevano i mariti nel continente, lo infastidì tanto che mai avrebbe permesso alla moglie, quasi diciannovenne, di trovarsi costretta a vivere tre -quattro settimane, in quel miscuglio di gente di ogni risma.
Mio padre, lo avete capito, era uno di quelli che si definivano “col naso fine”.
Mia madre si era sposata prima di compiere quattordici anni essendo rimasta orfana di mia nonna già a sei anni.
Con i soldi dell’America acquistarono due catoia ,un asino, alcune capre, nacquero altri figli e la vita procedeva senza scosse finché non capitò l’incidente agli occhi.
Accadde che pascolando le mucche del feudatario per cui lavorava, se n'erano allontanate alcune. Il pensiero di essere ammonito, denunciato e magari cacciato via, lo sconvolse al punto da produrgli quella che allora si definiva “botta di sangue”.
Invece di andare dal dottore andò dal farmacista, il quale, forte della fiducia che nutriva per sé stesso, consolidata da quella incondizionata del popolo, si sostituì al dottore e ci ‘nzignau i gocci. Gli occhi cominciarono a bruciare e ad appannarsi giorno dopo giorno finché, grazie a quella disinvolta cura, il mio povero padre la vista anziché riacquistarla la perse completamente. Quando si rivolse agli specialisti di Catania, per pagare i quali dovette vendere il primo catoio, il buio si era impadronito definitivamente dei suoi occhi. Aveva trentadue anni e si era in pieno conflitto 15/18
Malgrado la miseria che in ogni famiglia imperava a pari passo per via della guerra e delle carestie, in casa mia ciò che abbondava era la serenità (l’abbiamo riconosciuta solo quando, un figlio dopo l’altro non avrebbe contribuito a demolirla). Era sufficiente aver mangiato per sentirci appagati fino al giorno dopo: “oggi abbiamo mangiato, dumani penza Diu”. Con quella frase, sovente si chiudeva la giornata. Si trattava di una frase ripetuta per usanza perché poi avevamo l’asino come mezzo di trasporto, due capre che ci garantivano il latte e con qualche litro venduto si graniàva, diverse galline per le uova e alcuni conigli. Li tenevamo nella casa insieme a noi al pianterreno dove era stata ricavata, con una parete in pietre e gesso, una piccola stalla che al posto della porta aveva u purtali. Nella medesima c’era anche il forno e la tannura.
L’asino e le capre andavano via con i miei fratelli, le galline venivano sciolte per tutta la giornata nella strada e poi raccolte nella gabbia in pianta stabile fuori, di fronte alla casa, così da poter essere tenuta d'occhio da dentro; i conigli giravano un po’ ovunque.
Oltre alla stalla, dalla casa era stato ricavato anche u silarottu che però non era il solito silarottu esistente in molte case con la scala a pioli per accedervi: il nostro silarottu era una vera e propria stanzetta con la porta d’ingresso autonoma (bastava girare l’angolo della casa) e non comunicante con il pianterreno tant’è che volendo si sarebbe potuto affittare.
Dunque il lusso di separare i figli maschi dalle femmine noi ce lo permettevamo. I miei fratelli dormivano nel catoio ed il resto della famiglia in questa stanzetta con il pavimento di gesso, senza mattoni, con un tetto che nelle acquose giornate d’inverno ci obbligava a mettere lanne e bacili per raccogliere l’acqua delle stizzane.
Come già detto, la nostra compagna fedele e mai tradita, fino all’ingresso di nuore e generi, era la tranquillità, forse dovuta alla nostra inevitabile dieta vegetariana (vedi la pecora che mangia solo erba, vedi il leone che mangia solo carne) o, piuttosto, per una innata indole mansueta.
Se mia madre aveva uova, qualche gallina o coniglio adulto, prima di consumarli prevedeva di venderli. Non che il compratore avesse la precedenza, ma i conti si facevano in fretta: con un coniglio si mangiava un giorno, con il ricavato dalla vendita si compravano cavoli, pomodori e melanzane, per mangiare cinque e anche sei volte. Mia madre, nelle feste comandate però non transigeva: li uccideva per noi e il profumo di sugo, sovrastando tutti gli altri odori, si spandeva in tutta la casa dando all’atmosfera l’autentico sapore della festa.
Si faceva a gara per assaggiarlo col pretesto di vedere com’era di sale, inzuppando il pane per non consumarlo inutilmente: assaggiare il sugo senza pane era uno spreco non consentito.
Tutte le settimane si impastava il pane e tutti i giorni la pasta. Il secondo pressoché mai. La verdura che faceva da condimento per la pasta, veniva nisciuta e sarvata per la cena. L’olio a gocce.
Mio fratello maggiore cominciò la lista dei dispiaceri sposando una ragazza abituata ad essere trasandata e dal linguaggio piuttosto sguaiato. Nessuno di noi aveva condiviso quella scelta ma la ragazza, per evitare gli ostacoli, lo invitò a quella fuga (mio fratello, non ancora ventenne, non ne sarebbe stato mai capace) dal risultato garantito.
Benché questo rappresentasse non poco dispiacere, rispetto a quelli che ci preparava il futuro quello sarebbe stato un dispiacere, come dire, all’acqua di rose.
Poi toccò a Pina, la prima delle sorelle. Aveva sedici anni quando fu adocchiata da un ragazzo ad una festa da ballo e assediata con un’insistenza martellante. Il ragazzo passeggiava, si appostava, portava serenate, mandava ruffiani per dare qualche messaggio fino a che, per mettere fine a quelle pagliacciate, come le definiva mio padre, si fidanzarono ufficialmente e con lui, di stato sociale, in superficie, più “elevato” del nostro, arrivò una ventata di spensieratezza che alleggeriva del tutto il clima perennemente contegnoso che appesantiva la nostra esistenza (dico, per darvi un’idea, che la risata piena, quella che toglie il respiro, nella nostra famiglia non si è mai fatta. Di più: non ne eravamo capaci).
Il fidanzato di Pina era alto ed elegante, arrivava con il cappello, il gilè, e non mancava di portare carne, salsicce e vino per tutti. Generoso, infantile, divertente e spensierato (beato lui) faceva vedere il mondo in piano: visione a noi completamente sconosciuta.
Era il tipico ragazzo cresciuto in centro, na chiazza, in strade lastricate per il passeggio, che irrompeva in casa di gente cresciuta nell’estrema periferia con strade sconnesse e percorse, da mattina a sera da asini e muli e da secchi d'immondizia, cenere e stracci, quando la pioggia torrenziale creava la piena che fungeva da raccolta rifiuti trascinando tutto o bastiuni.
Finita la pioggia qualche avanzo di quegli stracci si depositavano negli angoli delle strade o restavano impigliati nel sasso che sporgeva proprio nel bel mezzo del tragitto, mentre il resto finiva la corsa nelle campagne circostanti e magari in qualche orto. Insomma quelle strade, in vertiginoso dislivello, create più dal calpestio continuo che non da un’azione di lavoro programmato, si transitavano a zig-zag per appoggiare i piedi nei piccolissimi spazi in piano.
Ogni piena modificava la morfologia del suolo: la pietra piccola cambiava dimora, le buche si riempivano di terriccio che scendeva a precipizio, altre buche si svuotavano diventando più larghe o più profonde, ma quando tornava il sereno si sentiva il piacere di essersi liberati dalla spazzatura, si aveva la strada lavata dagli escrementi degli animali e i sassi sporgenti diventavano così pulite che si ci putiva mangiari.
Quando mia madre si informò e seppe che il tizio aveva un carattere più che difficile, problematico, fece sciogliere il fidanzamento. Poiché si poteva definire di un certo fascino nella figura longilinea, nei movimenti elastici del corpo, con le mani dalla linea aristocratica nonché una certa abilità nelle lusinghe, non fece passare molto tempo per portarsi via mia sorella in una sera buia di luna nuova. Lo aiutò nell’impresa, nientemeno che una nostra vicina di casa e mezza parente. Per la spesa dei mobili i miei dovettero vendere il secondo catoio che era la dote di Pina.
Dio
solo sapeva cosa aspettava mia sorella dopo la fuga e Dio solo sapeva che il
calvario a cui l’avrebbe trascinata il damerino si sarebbe compiuto con la
morte avvenuta a soli vent’otto anni, dopo dodici anni d’inferno, due bambine
vive, una morta e qualche altro mai venuto alla luce. Il male che l’aveva
consumata era nei reni a causa di una gravidanza maldestramente interrotta.
Due anni dopo il matrimonio della prima, fu la volta della seconda, Maria, con un amico del bellimbusto suddetto. Il ragazzo, di bell’aspetto anch’egli e con due magici occhi verdi, dopo essersi venuto a spiegare, una sera giunse in anticipo e approfittando dell’assenza mia e di mia madre se la portò a casa di una sua sorella, complice, con la quale aveva preparato l’“ospitalità”.
In seguito toccò al secondo fratello: stavolta la ragazza era bella e furba, (di famiglia un po’ “meno” della nostra) tanto che mio fratello, in confronto e accanto a lei, faceva la figura del babbu. Anche in confronto ai miei cognati la faceva e loro per questo, ridevano alle sue spalle.
“Eh! Povero cretino, si fici suttammèntiri: se fosse mia moglie dovrebbe tremare al solo vedermi. La farei smarinare io…”
Loro infatti erano così e pensandoci a freddo ho molti dubbi che l’aspetto florido di mia cognata, al contrario delle mie sorelle ridotte come lacarazzi, procurava loro quell’invidia che sfora senza fatica nella malignità. Mai pensarono, perché ne sarebbero usciti vinti, che invece mio fratello non era ‘nfirnusu come loro, cedendo alla moglie quel potere che dava serenità a lei e a tutta la famiglia: per quanto fosse possibile averne allora!
Questo del babbu e della sperta, fu l’unico matrimonio giustu, con abito bianco, che si svolse in famiglia.
Nonostante la sua avvenenza, mia cognata dimostrò grande capacità di moglie e madre, fedele al marito per tutta la vita e quattro figli tutti, senza malintesi, con la carnagione chiara e i grandi occhi azzurri del padre.
La mia mamma era simile, nel viso e nello sguardo, tranne che nella statura più alta, a Madre Teresa di Calcutta: vedere, in fotografia o sullo schermo, le immagini di quest’ultima è per me istintivo associarle.
Alta e sottile, aveva il volto segnato anzitempo da rughe profonde; la pelle aderiva alla struttura del cranio al punto da mostrare senza segreti il movimento meccanico della masticazione ogni volta che mangiava. Dalla tempia al mento e alla mascella era tutto un sincronismo che io guardavo sempre con curiosità poiché solo in lei l’ingranaggio era tanto visibile
Quando la ricordo non riesco a non sentirmi rimpicciolire come una formica davanti a un’immagine che dentro di me si innalza sull’altare della beatificazione non meno di una martire.
La mia prima giovinezza trascorse in un impressionante susseguirsi di dispiaceri per le mie sorelle strapazzate dai mariti, da ricoveri in ospedale per gravidanze interrotte e per malesseri di ogni genere. Mia madre, che andava un giorno da una e un giorno dall’altra, portava loro qualche cosa da mangiare, sempre all’insaputa dei mariti che avrebbero vietato un simile affronto: “Quando ce n’è si mangia tutti, quando non ce n’è non ce n’è per nessuno”. La verità è che quando ce n’era ne lasciavano una parte in osteria.
Rientrava appesantita dalle immancabili tristi notizie e con fagotti di panni da lavare che mi aspettavano tutte le mattine. Il filo di ferro attaccato alle estremità, con due grossi chiodi nel muro soleggiato di fronte a casa nostra, era sempre pieno di indumenti frusti, scoloriti e anche ripizzati non tanto differenti da quelli che si vedevano in molte famiglie: non per niente alle ragazze da marito si insegnava a tenere l’ago in mano come elemento primario per essere degna di un uomo. Quell’ago in mano era essenziale per ripizzari pantaloni e camice, dei quali si era conservato come la reliquia l’avanzo della stoffa. Il risultato era buffo: la pezza nuova stonava sul vestito scolorito al punto da non sembrare la stessa e spesso si ricorreva a pezze di indumenti vecchi per non avere il contrasto che deturpava il risultato più dello stesso strappo.
Stoffe e sarte erano il binomio più difficile che vi fosse da concretizzare. I cappotti, chi li aveva, li faceva rivoltare e le camice degli uomini erano spesso solo pettorine.
Negozi che vendessero indumenti femminili già confezionati non ne esistevano e quelli intimi si cucivano in casa (senza la Singer).
Trascorrevo giorni interi da sola con mio padre seduto nell’angolo della casa, silenzioso, con la fronte perennemente increspata e col bastone in mano con il quale, di tanto in tanto, faceva un movimento a semicerchio davanti a sé come per tastare se vi fossero intralci nella sua immediata vicinanza.
Se c’era il sole stava seduto fuori e perlomeno poteva scambiare qualche frase con i contadini che transitavano con muli, asini e capre.
Quando una delle mie sorelle finiva all’ospedale, i loro figli venivano a mangiare da noi e i più piccoli restavano anche a dormire. Ricordo quando Maria e Pina si ammalavano in simultanea, il nostro letto grande si riempiva di bambini che per fortuna non avevano altra esigenza se non quella di venire in casa solo per prendere un pezzo di pane e tornare velocemente in strada per trascorrere, felici, furbi e trascurati, il maggior tempo possibile in quella beata libertà che i bambini di oggi non conoscono più.
Io ne ero responsabile e non concedevo loro di allontanarsi troppo. Cinque in tutto, da nove a due anni.
Se mi arrivava una proposta di matrimonio, mia madre rispondeva che le attenzioni di tutti noi erano altrove e si doveva rimandare. Poi passavano mesi, anni, e finiva tutto nel nulla. Ai tempi un uomo che chiedeva di sposarsi sapeva di dover realizzare il progetto entro pochi mesi: il fidanzamento lungo neanche per sogno, dunque…
Ero andata persino al Sacro Cuore per raffinare il ricamo, ma visto come il destino si attorcigliava attorno a noi, quel lusso dovetti accantonarlo.
Anch’io non avevo testa di pensare ad un fidanzato e forse non mi ero ancora innamorata di nessuno.
Non mi restava, vista la situazione, granché spazio per “amoreggiare” e d’altronde nella nostra fascia sociale “civettare” sarebbe stato troppo compromettente per la dignità che, per noi meno abbienti, rappresentava un bene irrinunciabile: e noi solo quello avevamo.
Pina, la sorella maggiore, era morta da pochi mesi: aveva trascorso più di tre anni tra gli ospedali di Enna (dove l’avevano rovinata irreparabilmente) e Catania, nel reparto “Condorelli”, dove non sapevano a che santo votarsi per salvarla. Eravamo nel 1951
Mia madre non l’aveva abbandonata un solo giorno, per interi mesi, mettendo da parte me e mio padre. All’alba di un mattino di Dicembre, si spense dopo aver raccontato il sogno che aveva fatto:
“ero in cammino dietro ad una processione con una candela in mano. Ad un tratto mi trovo davanti ad una porta e busso. La porta si apre e una signora mi dice “più tardi, più tardi, non è l’ora”.
“Quella” porta si sarebbe aperta per lei di lì a poco, strappandocela per concederle, questo era il miraggio che consolava da dolori altrimenti insopportabili, la pace che in vita aveva stentato a trovare: “Si ìu a cuiatari” sussurravano quanti venivano a vederla.
Ricordo il suo abitino di raso azzurro, confezionato in extremis da una vicina, che le dava l’aspetto che gli angeli avevano nella mia fantasia. Mia madre non si concesse un attimo di pausa, piangendola senza riprendere fiato, fino al momento di lasciare la bara al cimitero. La pena profonda che rivelava davanti a quella figlia è una delle scene che sono rimaste più impresse nella mia memoria.
L’altra sorella, Maria, in quei giorni era in ospedale a Catania e, subito dopo la fine del visito, confidando ingenuamente di non far trapelare la tragedia, mia madre andò a trovarla vestita a colore. Maria, appena la vide apparire nella stanza d’ospedale la ravvisò immediatamente sia per l’aspetto disfatto di mia madre sia per aver fatto certi misteriosi sogni premonitori che sembrano anticipare le disgrazie che ci colpiranno in breve tempo e ai quali si dava molto credito.
Non voglio immaginare la scena di madre e figlia in quei momenti. Di certo immagino che l’una cercava di dare conforto all’altra chiedendosi, come nei momenti di maggior desolazione, il perché di tanto accanimento della sorte e di che razza fosse la nostra.
II
Erano trascorsi circa due anni da quella perdita, e noi donne avevamo tolto da poco il fazzoletto nero dalla testa. Ancora due anni, o quattro, era facoltativo, avremmo cominciato a sostituire un pezzo alla volta il lutto strettissimo. Avevo trascorso i primi sei mesi completamente segregata in casa, e già il fatto di liberare la testa dal fazzoletto equivaleva a togliere il limite alla stessa aria che si respira. I capelli allora non si lavavano mai, infatti non esistevano, (e se sì non ne avevo avuto notizia) gli shampoo, mentre il parrucchiere era l’ultimo dei lussi che si potessero immaginare. D’altronde credo che il parrucchiere fosse ancora di là da venire: i riccioli li facevamo con bigodini di carta o di ferro. A trent’anni i capelli, diventati ormai troppo lunghi, si raccoglievano nella treccia che poi si attorcigliava nella nuca e fino alla morte restavano imprigionati così. Ecco perché a trent’anni una donna si distingueva a mala pena da una di quaranta e cinquanta, come a dire che era già vecchia.
“Quel” pomeriggio di fine gennaio, Maria mi chiese di andare a casa sua per badare ai bambini, mentre lei andava con mia madre a fare una visita dall’altra parte del paese.
Io tutta contenta speravo di vedere Michele ché abitava di fronte e che da qualche mese mi guardava. Mi faceva qualche sorriso appena accennato, io lo accoglievo senza sbilanciarmi e tanto bastava a farci credere di essere “ziti”. Io e Michele eravamo in quella situazione ricorrente da sempre, della ragazza povera ma bella e il benestante che pur non avendo doti speciali, l’essere padrone di due muli e un pezzo di terra lo faceva apparire, se non il principe, qualcosa di somigliante.
Andavo nella casa di mia sorella, distante un isolato, come volando: seria ma con un tumulto di speranza segreta che mi invadeva dalla testa ai piedi, mi dicevo che stavolta, con un po’ di fortuna, gli sorriderò più esplicitamente. Lui allora mi farà qualche segno e gli risponderò…come ? Volendo e coraggio permettendo ci si potrebbe parlare anche, e mi avrebbe detto…che cosa? Che aveva intenzioni serie?
Poiché la fantasia si fermava bloccata dall’ostacolo dell’ignoranza, non riuscivo ad andare oltre. Ignoravo cosa potesse dirmi e ignoravo cosa avrei risposto. Mi fidavo della diffusa convinzione secondo la quale qualsiasi uomo, in qualsiasi circostanza, sa cosa dire ad una donna.
Io, forse sì forse no, avrei risposto di conseguenza. Mi facevo all’incirca l’idea di cosa sarebbe stato se per caso fortuito fosse in casa. E lui, in casa, c’era.
Quando Michele mi vide e mi chiese coi gesti se ero sola, d’istinto risposi sì. D’altronde lo capiva che mi circondava il silenzio (i bambini erano fuori a giocare e il più piccolo dormiva). Sempre a gesti, mi disse di aspettare un momento. Cosa dovessi aspettare non lo capivo, ma rimasi immobile e attesi gli sviluppi guardando pensosa il pavimento. Mi prese come una specie di asma e cominciai a respirare con la bocca per riempire i miei polmoni che reclamavano più fiato mentre il cuore accelerava il ritmo. Ora nel ricordare, sento che non c’è nient’altro di più innocente di quelle percezioni, ed io nient’altro al di fuori di quelle volevo. Fiato forte, veloce, irregolare…mani sudate e tempie che battevano all’unisono con il cuore: tutto per il semplice fatto che ero sola e, così mi pareva, anche lui.
Non appena avvertii il suo passo nella scaletta che conduceva nell’astrico, credetti che il mio cuore volesse andare in pezzi e la mia sorpresa culminò in una tosse strozzata: “chi è, chi c’iai a tussi? disse sorridendo ma con gli occhi come fuori dalle orbite: “chi sii sula?”. E venne dentro casa
Non mi riuscì di profferire una parola.
La sua vicinanza mi fece sentire il suo respiro ansimante e quando mi abbracciò tremava. Mi diede un bacio piccolo sulle labbra come per tastare il terreno e trovandolo morbido mi strinse forte e cominciò a divorarmi come un invasato. Era terribile e meraviglioso.
Da quel momento persi letteralmente la sorveglianza di me e della situazione.
Non mi costa niente giurare che non capivo cosa stesse accadendo, ma ricordo, ora con la ragione del distacco, più che abbandonarmi all’assalto di Michele, non facevo niente per respingerlo. Avevo diciannove anni, e la mano di un uomo mi aveva sfiorato solo per saluto o durante un ballo (ai tempi ormai remoti dell’adolescenza).
Quei baci mi stordivano e le mie gambe si piegarono.
Michele mi sosteneva per non farmi cadere chiamandomi per impedirmi di perdere i sensi, cosa che avvenne, e se no, poco ci mancava. Dal punto di vista sensuale era qualcosa di sconosciuto e in assoluto incontrollabile. Immaginate un filo d’erba ai piedi di una montagna. Io ero come quel filo d’erba. Per certi aspetti mi sentivo, per la prima volta, riparata tra due braccia appassionate come da una coperta calda, avvolgente e fuori di dubbio inebriante.
“Nina!” - sentivo come in lontananza - ”Nina!”
Mi piegai a terra con l’impressione di essere dentro una stanza rotonda che girava, girava vorticosamente fino a pensare di essere risucchiata da un imbuto e inabissata. Forse mi afflosciai per dare il messaggio della mia sopraffazione e forse inconsciamente speravo che lui, rendendosi conto a cosa andavamo incontro, ritornasse padrone di sé. Anzi ero certa che almeno lui sarebbe ritornato padrone di sé.
Michele, invece, anziché mollare la preda, per consentirmi di riprendere fiato e cognizione, interpretò quel mancamento come un consenso, seguì il mio corpo e lo ebbi addosso. Non riuscii più a tenere gli occhi aperti e completamente soggiogata non tentai alcuna resistenza. No! Non avrei potuto difendermi e forse non volli: con l’ultimo rimasuglio di criterio che mi restava capivo che respingerlo sarebbe stata un’offesa imperdonabile che mi avrebbe fatto pagare lasciandomi.
Più che logico.
“Che bella che sei, che bella…mi stai facendo diventare pazzo”. Lo sentivo sincero.
Ma poi, ero nella possibilità di saper distinguere la sincerità dalla finzione?
Sapete quando sfugge di mano un oggetto venerato per la preziosità e si guardano i cocci a terra dilatando gli occhi mentre viene fuori dalla gola quel suono prodotto dall’introduzione di aria veloce e traboccante?
Ecco, io emisi solo
quel suono, iiiiih! e intanto non sapevo se difendermi…difendermi da
chi…. Michele mi stava trattando come una fidanzata che anticipa il ruolo della
moglie, esattamente come quando si fugge: era talmente frequente! Se fossimo
fuggiti quella sera stessa, sarebbe stato lo stesso, né più né meno…pensieri
veloci, confusi, mentre subivo, accondiscendente e ad ogni modo disarmata, ciò
che avrebbe oscurato il resto della mia vita.
Ora ricordo che non provai alcuna gioia e nemmeno l’ombra di quell’estasi immaginata. La paura, il pudore, lo stato confusionale, la tempestività dell’avvenimento e l’incredulità…l’incredulità che dominava, non mi avevano permesso di essere “presente”. Per non darvi l’idea della vittima aggiungo che accettavo senza reagire ma dentro di me c’era la convinzione che si sarebbe fermato “prima”: lo avrei preferito senza riserve.
“Nan ti cantari - disse lui mentre si aggiustava - nan ti scantari. Domani mio padre verrà a parlare con la tua famiglia”.
Non ne dubitai. Se era arrivato a tanto, non avevo motivo di dubitare anzi, avrei dubitato di più se non fosse accaduto l’irreparabile!
Ragionamenti che non facevano una piega!
Giudicai la questione come la sua “prova
d’amore” dunque, la dimostrazione che mi voleva seriamente altrimenti si
sarebbe solo “approcciato”. Una prova come anticipo di percorso, solo una
questione di anticipo, magari accidentale, di percorso. Chiaro no?
La strada del ritorno sembrò un’altra strada, mi sembrò più lunga, più sconnessa, più strana…
Tutto era più strano, la gente, le case, le bestie con i contadini che ritornavano dalla campagna con quell’andatura rilassata di chi ha l’animo in pace con Dio e con se stesso (quanto invidiai quella serenità). Strano il cielo, la luce, i suoni, gli odori: niente era come prima.
Io ero cambiata ma anche il mondo non era più lo stesso: ora lo avevo scoperto. Questa la sensazione più forte che provai dopo l’avvenimento.
Camminavo veloce verso casa, senza sapere dove mettevo i piedi: il sole era tramontato, le ombre della sera arrivavano e la locomotiva del treno in lontananza faceva il pieno d’acqua alla stazione, spingendo verso il cielo, con furiosa potenza, il suo getto di vapore più bianco delle nuvole… ma non m’interessava…non vedevo dove mettevo i piedi e inciampavo ripetutamente come un’ubriaca.
La difficoltà massima fu quella di non far trapelare in casa il mio stato. Come? Andando subito a coricarmi a causa della solita provvidenziale emicrania.
III
Passa il primo giorno, il secondo e il terzo. Siamo nella regola. Io mi tengo “pronta”, puliziata, con un occhio vigile sull’ordine della casa. L’intermediario poteva giungere ad ogni ora del giorno e della sera. I miei genitori adesso avrebbero accettato un fidanzamento anche se per sposarmi avrei dovuto aspettare la fine del lutto o forse, come succedeva nella maggioranza dei casi, subito dopo la sua “spiegazione” saremo fuggiti e il resto sarebbe avvenuto per logica, per forza d’inerzia. Mi sentivo abbastanza fiduciosa e, diciamo, serena.
Adesso gli volevo bene di più e in modo del tutto diverso: mi sentivo sua e lo sentivo mio. Tra noi era accaduto una cosa orribile per la morale e magnifica per l’”altro” verso, e non vedevo l’ora di diventare la sua fidanzata ufficiale, fuggire ed arrivare liscio al matrimonio.
La fuga era la risoluzione fatale, come d’uso, per superare i dissensi. Nel mio caso, come sospettavo, quelli che i suoi potevano avere a causa, sia chiaro, della mia povertà. L’unica alleata della famiglia sulla quale contare poteva essere Virginia, la sorella, che sembrava approvare l’attenzione di suo fratello nei miei confronti.
Ci eravamo conosciute al Sacro Cuore ed eravamo diventate mezze amiche.
Passa il quarto, il quinto e il sesto giorno.
Cominciavo ad essere preda di un’ansia che mi impediva di stare ferma o seduta. Stavo male in ogni luogo. Se ero al pianterreno andavo sopra e viceversa, se ero dentro andavo fuori e viceversa. Andavo da comare Rosa, distante trenta metri e una volta giunta avevo bisogno di tornare a casa. Stavo male da sola e in compagnia. Iniziavo un survizzu e lo lasciavo a metà, infilavo l’ago per ricamare a punto ombra gli angioletti sul cuscinetto di organza con i volantini, come avevano tutte le sposine e che da qualche anno era entrato quale “complemento d’arredo” in ogni corredo, e subito me ne disfacevo. Questo ricordo.
“Ma chi c’avi a smania chista, chi nan sapi unna ara fari
l’uovu?!
Passa il settimo, l’ottavo e il nono giorno.
In fin dei conti può aver timore di confessarlo ai suoi e non sa da dove cominciare: forse sta aspettando di confidarlo all’amico fidato e magari gli chiederà di assisterlo mentre fa la richiesta ai suoi di venire a parlare alla mia famiglia. Deve aspettare un momento opportuno e le parole giuste. Michele è un ragazzo timido e si n’affrunta, altro che la sfrontatezza dei miei cognati! Michele è un ragazzo educato e rispettoso dei genitori.
Passa la seconda, la terza e la quarta settimana.
Che fare? Che si fa quando succedono queste cose?
Man mano che i giorni passavano, prendevo coscienza della gravità della mia situazione, la mia inquietudine si spegneva mentre sentivo nettamente che uno strato di polvere si stava depositando su di me formando una coltre sempre più pesante tanto da farmi curvare le spalle. Si, così: una coltre che ogni giorno si ispessiva di uno strato e pesava sulle spalle.
“Ma chi c‘ai chi nan mangi! Ma chi c’ai cu sta faccia
bianca, nan ti senti bona? Ma chi ti sinti?
“Nenti”, nan mi sinti nenti” rispondevo a mia madre, lasciandola dubbiosa.
Capivo anche, che accusare un qualsiasi facile malessere, “nan mi sentu tantu bona”, poteva insinuare in lei l’angoscia di avere, ancora una volta, una figlia malata da curare.
Cominciai a notare, guardandomi allo specchio, che i miei occhi erano diventati enormi, o forse a me sembravano così, come se si fossero spalancati davanti ad un’immagine confusa e perciò incomprensibile. Sentivo inequivocabilmente che dentro qualcosa moriva, il contatto con la vita si staccava, la poca luce della poca speranza si spegneva per lasciare spazio all’ombra dell’ignoto dalle infinite e imprevedibili complicazioni. Il minimo!
Era marzo, oltre un mese era trascorso ed io avevo sempre freddo, il freddo dell’inverno che non se ne vuole andare. Sarò malata davvero? Mi copro, mi siedo accanto alla conca ma il freddo non passa: il freddo della solitudine e della paura.
Già oltre al mese eravamo arrivati e qualcosa agonizzava dentro e intorno a me. Pensavo che una bella malattia breve, incurabile, che mi avrebbe portato alla morte come Pina sarebbe stata la mia salvezza.
Stavo ore intere senza aprire bocca. Mangiavo per non spaventare mia madre ma spesso sentivo nello stomaco una nausea fastidiosa che dopo fortunatamente svaniva.
Giornate senza fine, senza sole, senza sonno e senza sogni. Giornate di immobilità mentale dove regnava e insisteva un solo pensiero: il mio corpo “intaccato” e tradito. Non vedevo, non sentivo altro che la mia opprimente paura, il resto era buio, polvere…sì polvere, quella che si depositava addosso alle mie spalle facendole piegare e talvolta mi sembrava di sentirla entrare nelle narici costringendomi a dilatarle come per la mancanza di ossigeno.
“Ma chi c’avi
chista chi sta divintannu sicca sicca cu l’uocchi sgriddati!”
Quando sentivo un po’ di vita formicolare nel corpo, piangevo e piangevo: quello, ora lo capisco, era l’unico segnale di vitalità che mi scuoteva.
Dovevo parlare con qualcuno, ma qualcuno al di sopra di tutto che sapesse dare giusti consigli, vero sollievo, e come prima cosa capace di non scandalizzarsi e capace di non accusarmi dell’accaduto, come capitava ad ogni ragazza scoperta a sorridere al fidanzato segreto: la colpa era sempre e solo della donna, mai nessuno accusava l’uomo perché uomo. Nella mia particolare situazione poi, non v’era donna che non fosse completamente schierata a favore dell’uomo. Questo gli uomini lo sapevano, sapevano che tutti, familiari, parenti e società intera, sulla loro presunta colpa sfoderavano l’inconfutabile alibi che li vede vittime della loro fragilità sensuale impossibile per natura da contrastare (mentre quella della donna era una sciocchezza)e questa bella disposizione protettiva, oltre a renderli sicuri e baldanzosi non poteva che produrre uomini egoisti e crudeli.
Egoismi e crudeltà che poi venivano riversati costantemente sempre e solo sulle donne (e su chi sennò!): fossero mamme, sorelle, cognate, mogli o figlie.
L’omu si sapi
comu iè! E’ a fimmina chi s’ava calari l’occhi ‘nterra e nan ava fari vidiri i rindi. Certi chi si na fimmina u
talìa, l’omu pi forza c’ava cascari: c’hava essiri di ferru?
Superfluo perciò cercare e aspettarsi sostegno e comprensione.
Certe sere dopo una giornata di sforzi sovrumani per apparire “normale” andavo a letto e stringevo il cuscino per aggrapparmi a qualcosa, durante i lunghi attimi in cui sentivo di star impazzendo…e aspettavo immobile. Poi passava, ma il sonno, per il ritardo infinito con cui arrivava, mi faceva credere che prima o poi sarei impazzita davvero.
Il sentimento d’amore era un segreto solo mio, la schiacciante supremazia dell’onore lo relegava non in secondo o terzo piano, ma nell’inutilità delle cose senza valore, per non dire nell’inesistente.
Nessuno aveva coscienza di menzionarlo come plausibile causa-effetto: vecchi, giovani, litrati o analfabeta, a quel sentimento anarchico, quasi tabù, portatore di disgrazie, non davano una briciola di interesse. Chi lo provava se lo teneva ermeticamente nascosto e poteva conviverci solo “clandestinamente”.
Se si può dire “sono come morta “ quella è stata per me la situazione che ne ha prodotto la sensazione più vera, addirittura concreta come un corpo materiale. Morta, sì morta. E sempre più sola. Ancora oggi, nonostante l’evoluzione sessuale, quando in televisione parlano le donne che hanno perso la verginità contro il loro volere, dicono di questa morte che sentono annidata dentro l’anima. Anche se non si trattò di violenza, rapportato ai tempi, a me produsse lo stesso male.
Ne parlai con comare Rosa che ne restò folgorata.
Lei ne parlò con mia madre che, mi raccontò poi comare Rosa, rimase a lungo senza parole come se non capisse e non credesse alle proprie orecchie. Reagì nel modo più consono ad una madre: si mise subito le mani sulle guance e cominciò a dondolare il capo, come era abituale, quando qualsiasi parola perdeva il senso dinanzi all’enormità della sventura. Rientrò curva e silenziosa e subito non mi guardò nemmeno. Dopo qualche giorno avuta da me la conferma, pianse come si piange davanti ad una morta cara. Mia madre pianse come davanti alla salma di mia sorella:“e chi ‘ntrasìu l’argentu vivu na sta casa…l’argentu vivu ntrasìu…l’argentu vivu…”. Piangeva sommessa con mio padre che alzava gli occhi verso di lei restando immobile completamente attonito. Poi metteva il bastone dritto in tutta la lunghezza, appoggiava il mento sul manico facendo cuscinetto con le mani intrecciate e “guardava” per terra. Mio padre , per logica, era attaccatissimo a mia madre ed ogni pena di lei lo demoliva.
Quella volta, come succedeva nei momenti in cui la sua impotenza lo esasperava, si alzò, batté il bastone fortemente sul pavimento e bestemmiò: “Corpu di Cristu!”era la frase più grave che sapesse dire: Corpu di Cristu!
Sono questi i ricordi che bruciano.
Ripeto che in casa mia non si gridava mai e non si discuteva animatamente; il cosiddetto “sfogo”
non entrava nella nostra condotta: le nostre corde restavano sempre su toni bassi.
Adesso, almeno per me, l’onore cominciava a perdere di valore. Il peggio che mi potesse capitare era di restare zitella e ragionandoci senza andare troppo a fondo, c’era sempre la bella alternativa della rassegnazione.
L’assillo di vedere mia madre morire di crepacuore era ciò che in prima mi turbava e la consapevolezza, in seconda, di non sapere cosa e come fare per alleviarla.
Me ne stavo ore intere in un angolo semibuio della casa, seduta su una sedia e con le braccia conserte: i miei fratelli e mia sorella, impacciati, parlavano poco con me, ed io non chiedevo altro che stare zitta sempre e con tutti. Non avevo niente da dire. Ero la “disgraziata”, il disonore della famiglia, ero la figlia profanata che resta ‘ncapu a panza .
Il silenzio dentro si propagava impedendomi di mettere a fuoco anche un semplice concetto, e se con fatica lo percepivo, subito dopo si scioglieva come ghiaccio al sole, per scomparire dalla mente.
Qualcosa cominciava a succedere nelle contrazioni del mio cervello.
Mi consigliarono di andarci fino in casa, mi consigliarono di vestirmi da maschio e tendergli un agguato con un coltello “o mi sposi o ti ammazzo”, mi consigliarono…che belli i consigli di chi
l’uragano lo vede da lontano!
Infine ne seguii uno, il più insistente: cercarlo a casa
“Figghia mia, tu facisti u sbagghi e tu ti l’haia spurigghiari”. Era vero! Dovevo dare prova di coraggio, né più né meno di quello avuto nel fare quello che avevo fatto. Era un mio dovere.
Mi appostai in casa di mia sorella aspettando il rientro del “seduttore” ed andai a bussare.
Venne ad aprire la madre che vedendomi, di colpo, divenne
livida. In nessuna tra le peggiori delle ipotesi avrei potuto sospettare un
così brutale attacco. Senza permettermi di varcare la soglia mi urlò in faccia:
“Chi vuoi,a cu stai circannu! Vattinni na tò casa, ccà nan t’aia permettiri di vèniri cchiù. Vattinni!”
“Aia parrari cu Micheli… aia sapiri
chi intenzioni avi…”
“Ma figghiu nan ti voli e non circari cchiù pirchì è tempu piersu…vattinni chi è megghiu pi ttia.. Via, via! Vattinni!”
Io spero di star riuscendo a raccontare la
mia storia, ma giunti qui rinuncio a
descrivere quella scena, durata pochi secondi, che non esito a definire i
peggiori dell’intera vicenda. Pochi interminabili secondi in cui dovetti
sopportare, nello smarrimento più completo, la rabbia di quella madre che senza
neanche dare ascolto alle mie parole, si permise di trattarmi come la peggiore
delle pidocchiose.
No, io nella mia famiglia non avevo assistito mai ad una simile scena e mai nessuna ragazza, fosse venuta anche dal marciapiede, sarebbe stata trattata così. Quella rovente umiliazione è stata la più lunga da dimenticare ed è quella che, tra tutti i ricordi incisi, ferisce ancora in profondità.
Scacciata dunque come una mendicante, non mi restava che attaccarmi al tram.
Prima della rinuncia definitiva però, volli concedermi l’ultimo desiderio del condannato: sapere cosa diceva e cosa pensava Michele degli sviluppi di quella triste novella.
Una sera il marito di comare Rosa, per farmi un favore, u pustiàu e gli rivolse la domanda . La risposta fu la seguente: “Io la voglio. Se non la volevo non sarebbe successo quello che è successo. Credevo di mettere davanti al fatto compiuto la mia famiglia, ma non ne vogliono sentire parlare. Se la sposo non mi guarderanno in faccia mai più e non mi daranno un solo metro di terra. Che devo fare, andare contro tutti? E come faccio a mantenerla?” Michele aveva ventitre anni ed era completamente alle dipendenze dei genitori. “ Mia madre minaccia di mandarmi via di casa con la sola camicia che avrò addosso”, aveva aggiunto.
Sapere che non dipendeva da lui fu per me un, seppure misero, sollievo, ma non potei sottrarmi dal fare la denuncia. Lui ubbidiva ai suoi, io ai miei: andai con mia madre dai carabinieri.
Medici, visite per stabilire se…, avvocati, tribunali, processo. Un percorso più penoso dello stesso disonore.
Rimasi, per mesi e mesi, in balia delle procedure processuali, ubbidiente alle regole e fedele alle istruzioni dell’avvocato. Dovevo ripetere frasi confezionate, seguire un tracciato secondo l’etica giuridica e basta. Così la volontà si annullava e così cominciò la fase in cui lentamente ma senza equivoci, la mia mente si dissociava dal mio corpo, come se lo rifiutasse per tutto il dolore che stava producendo: dunque non mi appartenevo più.
Assistevo a volte si a volte no al processo che si svolgeva a Enna, durante il quale scoprii quanta miserabilità e quante menzogne vengano dette in quelle aule dove il peggio dell’umanità viene a galla e dove le persone illustri sanno parlare tanto bene allo scopo di fare altrettanto male. La verità che proprio in quei palazzi dovrebbe farla da padrona, al contrario, è la vera, grande vittima
Si disse che ero stata io a invitarlo approfittando dell’assenza di mia sorella e che appena “il povero ragazzo”, fiducioso, entrò in casa, io chiusi la porta e lo invitai al “banchetto” come una donna esperta e di strada. Le offese e le umiliazioni sembravano non finire mai.
Si concluse, come previsto e prevedibile, con sentenza riferita più che a una giustizia, al solito compromesso tra chi poteva pagare e chi no. Non c’è bisogno di chiarire che in tutto il processo Michele non depositava altro che le parole che gli venivano imboccate dalla madre e dal proprio avvocato. Era completamente nelle loro mani.
Andò in carcere e
ne uscì dopo nove mesi mentre per me si
stabilì un risarcimento in denaro che i miei, neanche a dirlo, rifiutarono:“Cu
si sordi dici chi si stuia u darrieri. L’onuru di ma figghia nan si
paga”.
Se mi si chiede “ma tu lo volevi?” rispondo sì e se mi si chiede “ma lui ti voleva?” rispondo sì. La famiglia si era opposta perché quel figlio lo avevano destinato alla sorella di una cognata che in conclusione non divenne, neppure lei, la moglie. Per ribellione? Non lo escludo.
Subito dopo la scarcerazione “fuggì” in Australia e si sposò, per procura, con una ragazza molto più giovane di lui, innamoratissima di un altro, ma convinta dai genitori ad accettare la fortuna che da lontano aveva bussato alla sua porta. La ragazzina visse infelice, come si seppe in sordina, e anche lui.
Ci credo.
IV
In chiesa, anzi in sacrestia, andammo all’alba.
Il mio abito e soprabito da “sposa” erano di sitinè grigio scuro: scarpe e borsa di vernice nera.
Il collièr, il braccialetto, la spilla, l’anello di fidanzamento e la fede spiccavano nelle mie dita magre e bianchissime: lo sposo non aveva lesinato sui gioielli (in futuro avrei scoperto che regalarmi gioielli, certo non di grande valore, era un vizio).
Mio marito veniva da un altro paese e non poteva essere diversamente! Mi aveva visto la prima volta con in braccio l’ultimo bimbo nato a Maria. Il piccolo, come tutti i bimbi della nostra famiglia era biondo come il grano e con gli occhi splendidamente azzurri.
Salvatore ne fu colpito e mi chiese se fosse mio. Saputo che non ero sposata parlò con la solita vicina; saputo che non ero più “giusta” rispose “non mi interessa”.
Cosa chiedere di più alla vita? Avevo trovato il “salvatore” di nome e di fatto.
Mi fidanzai e superato il periodo dei convenevoli e della confidenza, Salvatore cominciò a insistere per fuggire. Il ragionamento che mi faceva per persuadermi filava come l’olio: non voleva portare all’altare una ragazza che non poteva indossare l’abito bianco per colpa di un altro, ma soprattutto per non dover spiegare a parenti e amici il perché di quella proibizione.
Mia madre morì dopo pochi mesi dalla mia “sistemazione” e se ora mi viene il sospetto che fosse morta in seguito ai profondi dispiaceri avuti dalle figlie femmine, non vaneggio.
Mai mi rinfacciò quell’errore e anzi mi incoraggiò a seguire il destino di alcune ragazze che si accingevano a sbarcare nella lontana e misteriosa Australia in cerca di rosee chimere Andai, per questo scopo, dalla sarta ma con l’arrivo del “volenteroso” marito tutto fu accantonato.
Destino benevolo? Chissà!
Mio padre vegetava sulla sua sedia.
Mia sorella era emigrata in Belgio con la sua famiglia ed io mi ero trasferita in una città di mare nella Sicilia occidentale. Mio padre lo avevo portato con me.
Ma come nessuna tempesta lascia il suolo come lo ha trovato, le mie peripezie non passarono senza lasciare traccia.
Cominciai a soffrire, anche se a lunga distanza tra un disturbo e l’altro, di squilibri mentali. Ricoveri, barbiturici, sonniferi e quant’altro mi hanno accompagnato e mi accompagnano ancora. Sono stata, e resto, una persona buona e discreta, sto dove mi mettono, non sono mai invadente e posso passare inosservata senza nemmeno accorgermene anzi, quando mi chiamano in ballo non so mai come gestirmi tanta è la desuetudine alla partecipazione attiva. Il silenzio che sentii scendere dentro di me persiste, ho la convinzione di non avere (mai) voce in capitolo in qualsiasi avvenimento. Non posso e non so consigliare, dialogare, decidere. Ora non dovete pensare che sia diventata idiota semmai sono più malleabile ma tutto ha un limite: oltre, so dire la mia. Una qualità ho conservato, quella di saper ascoltare gli altri per ore senza spazientirmi: spesso so essere simpatica, residuo del mio temperamento “scherzoso”che faceva di me una ragazza gradevole, prima di essere trasformata dagli avvenimenti che sono riuscita a raccontare.
Quella parte di me, sbriciolata da quella vicenda, non è stata più ricostruita, essa è rimasta in un cantuccio della mia anima come un mucchietto di residui abbandonati ai quali raramente dedico attenzione.
Mio marito non si è mai lamentato, mai ha fatto riferimento a “quel “ fatto, e le conseguenze che ne ho ricavato le ha accettate e rispettate, mi ha voluto un bene grande e sincero, mi ha accudito sempre con infinita pazienza e se non sono state tutte rose e fiori, credo di non aver mai desiderato niente che non potessi avere. Dubito che un uomo del mio paese avrebbe avuto lo stesso atteggiamento, ne dubito seriamente!
Salvatore, per il suo fisico alto e snello mi era piaciuto subito e seppure non ne fossi innamorata alla follia se non avessi provato per lui un’attrazione, di certo non sarebbe diventato mio marito.
In più avevo bisogno di restituire alla mia famiglia la serenità che avevano perduto, portare un po’ di ordine nella mia testa tormentata e chiudere per sempre la faccenda dell’onore e disonore.
EPILOGO
Sentivamo la mancanza dei figli ma io non riuscivo ad averli. Se però è vero quel proverbio “dove manca Dio provvede”, posso affermare che per me si è materializzato nel pieno del significato.
Una vicina di casa aveva partorito una bambina mentre suo marito era in galera per furti e Dio solo sa per che altro.
Lei faceva i lavori domestici e in casa ci stava poco.
La bambina me l’affidava per giorni interi ed io e mio marito ci legavamo a lei ogni giorno di più, finché la donna non si fece più viva. Andammo a denunciare il fatto e tenemmo la piccola con noi aspettando e sperando che nessuno venisse a reclamarla. Dopo alcuni anni, con preoccupazione, la madre si presentò per riprendersi la figlia e portarla in qualche orfanotrofio. Ci sembrò un sogno manifestare l’intenzione di adottarla e un sogno sembrò a lei di lasciarla in mano a persone che non potevano più farne a meno.
Firmammo davanti al sindaco e la bimba ci fu affidata a tempo indeterminato.
Nel 1965, morto mio padre, abbiamo lasciato la Sicilia per trasferirci nei pressi di Liegi a pochi chilometri da mia sorella Maria e dalla sua numerosa famiglia.
La piccola Paola è cresciuta, ha frequentato con un alto profitto le scuole belghe, compiuti i diciotto anni le abbiamo confessato la verità e la sua reazione è stata di grande sorpresa.
Da quel momento ha avuto verso di noi una riconoscenza diversa poiché, dice sempre ,“senza di voi sarei finita in orfanotrofio”.
Paola è stata una bambina speciale, vivace, allegra, una capigliatura folta, due occhi neri, furbi e pieni di piccole luci che brillano come stelle nel buio di una notte limpida. E’ affettuosa, generosa e intelligentissima. Ha sempre avuto voti alti e da quattro anni è sposata con il figlio della sua professoressa di lingue. Vive in una villetta, ha un ottimo impiego ed io, rimasta vedova da poco, l’aiuto ad allevare i due bambini che sono nati.
Se non sto bene, per motivi futili o per quella depressione mentale dalla quale non sono del tutto guarita, mi fa la spesa, mi sistema le medicine sul comodino e fa venire a sue spese la donna delle pulizie. Quando resto a letto per settimane, la sera viene a dormire da me col bimbo più piccolo mentre l’altro resta dall’altra nonna. Spesso va in viaggio e in uno di questi ha rivisitato i luoghi della sua infanzia. Forse, ma è solo un mio pensiero, quando non ci sarò più vorrà ritrovare la sua vera madre per sapere qualcosa di lei e chiedere il perché dell’abbandono.
Ed io non le posso che augurare di ritrovarla per chiudere la sua storia come nelle favole a lieto fine: quel lieto fine che lei ha regalato alla mia storia e alla mia vita.