di Beatrice
Vacirca Arena
Valguarnera, 27
dicembre 2000
Eppure
siamo nati nello stesso letto della stessa casa. Il seme che ha generato te ha
generato anche me. L’utero di nostra madre ci ha fornito, occhio e croce, lo
stesso nutrimento, gli stessi geni, lo stesso sangue nonché la stessa carne. Il
tuo DNA è il mio DNA Abbiamo vissuto insieme un quarto della nostra vita,
dormito sotto lo stesso tetto e mangiato le stesse cose nella stessa tavola. La
sera, al ritorno dai giochi in strada ci rifugiavamo nella stessa casa e
insieme abbiamo vissuto agi (pochi) e disagi (parecchi) che i nostri genitori
ci infliggevano per quella paura del domani che li spingeva a penalizzare la
nostra infanzia più del necessario. Tutto per educarci a crescere senza vizi e
convinti, non a torto, che una cieca ubbidienza fosse alla base
dell’educazione.
Accumulavano risparmi su risparmi quasi con gusto viscerale, tanto che,
una volta cresciuti, hanno provocato le nostre critiche per le rinunce a cui si
sottoponevano. Era il loro modo di darci l’esempio a vivere soffocando certe
esigenze ritenute da loro superflue. Erano i tempi, e lo erano per molti, (ma
non per tutti).
Poi i
litigi con la voce alterata, con te (li ricordi vero?), i silenzi rassegnati di
fronte al muro dell’incomprensione e dell’egoismo totale. E noi, ancora
giovani, ci siamo sposati per conquistarci un po’ di autonomia personale e
sfuggire, come si dice, al “padre padrone”.
Nostra
madre, buona e semplice di natura, vittima dell’amore rispettoso che aveva per
il marito, incapace anche solo di contraddirlo (per fortuna ricorreva, come
tutte le donne, a qualche sotterfugio per non farlo ruggire), era ideale nel
ruolo di moglie: servile ed ubbidiente ad ogni richiesta, che per lei era un
comando, del suo re. Per assecondarlo ci metteva da parte senza pensarci due
volte. Perché lo adorava come un Dio, lo sentiva forte, lo credeva giusto.
Poi le
nostre strade si sono divise ma non spezzate. Il rapporto delle nostre famiglie
è stato di reciproco affetto e rispetto, qualche malinteso superato senza tanti
sforzi. Potevo chiederti un favore e lo avevo, potevi chiederlo e lo avevi (e
lo hai avuto). Non fa niente se non hai detto grazie, capisco che non ne sei
capace (ti posso anche giustificare perché dire grazie in questo paese è tabù)
oppure perché non lo consideravi favore, o non lo consideravi affatto o, per
essere più comprensibile, perché appartieni a quella folta categoria, che in
paese forma la maggioranza, capace di registrare solo quello che fa e mai
quello che riceve.
Ciò che
distingue questa categoria è la capacità di enfatizzare ogni loro elementare
gesto di gentilezza, colorandolo di dettagli anche superflui pur di farlo apparire
un atto di eroismo unico nella storia dell’umanità, mentre ignora totalmente,
(ripeto totalmente), quello che riceve, come fosse dovuto anzi, sminuendo anche
il sacrificio o la rinuncia ( quando farlo costa sacrificio e rinuncia) con la
tipica frase “e che fa muristi?” (che
la dice tutta). Non è colpa tua, ma della categoria cui appartieni: una
categoria che viaggia come i muli a testa bassa e con il paraocchi senza
volgere mai lo sguardo né a destra né a sinistra.
I nostri
ricordi amari, che bruciavano più in te che in me, e la constatazione
quotidiana dell’indifferenza che i nostri genitori mostravano nei nostri
confronti; soprattutto nei confronti delle nostre necessità quando c’erano
delle necessità. Sapevamo tutti di non poter contare su loro nemmeno in caso di
emergenza. Lo sapevamo e sapevamo anche di non avere alternativa. Questo ci ha
fatto crescere e maturare anzitempo. Un sacrificio oggi, una rinuncia domani,
siamo riusciti, con le nostre forze, a superare la china in cui ci siamo trovati
nei primi tempi del rispettivo matrimonio. (Non so tu e gli altri, ma io,
sapessi!)
Hai sempre
creduto, ottusamente, che tutti noi, all’infuori di te, avessimo delle chance
economiche in più, fantasticando di fortune e furbizie. Non ti piaceva riconoscere
che invece erano soltanto chiù scecchi,
e che lavoravano quando gli altri, incravattati, passeggiavano o Canali e tu, capace solo di fissare
l’attenzione sui risultati, trascuravi del tutto le strade tenacemente
perseguite per raggiungerli. Ricordo quando ci si ritrovava nella casa paterna
a fare quattro chiacchiere e neanche a farlo apposta quelle chiacchiere
riguardavano, quasi sempre, famiglie in cui un componente, (che in te suscitava
ammirazione) aveva fottuto fratelli e sorelle abbindolando i vecchi in un
momento di senile confusione, facendo firmare documenti che in momenti di
lucidità non avrebbero firmato mai, oppure lavorando sul loro fragile cervello
per metterli contro al resto dei figli, convincendoli che solo uno tra tutti
era meritevole, mentre gli altri erano incidenti di percorso e potevano, anzi
dovevano essere tagliati fuori da ogni diritto.
Questi
fatti sono così diffusi e particolarmente marcati nel nostro paese, da
rappresentare una vera e propria piaga per la società, con l’unico merito di
fornire materiale di conversazione inesauribile: argomento in cui ci navigavi
come in acque tue. Se io mostravo uno stupore, per queste azioni che ritenevo,
e ritengo tuttora, ignobili, se non giustificati da motivi gravi, tu rispondevi
sempre le stesse cose: “quannu si tratta
di rroba, i frati e i soru nan cuntanu cchiù.
Vulissi vìdiri a tia, si avissiti a cumirità di pigghiariti tutti cosi, si non facìssiti. Cu a bucca
simu tutti puliti ma cu i fatti…” E continuavo a credere che nella nostra
famiglia non sarebbero mai successi fatti simili, perché nella nostra famiglia
“pecora nera” non ce n’era neanche una.
Ognuno di
noi faceva il proprio dovere con quei genitori che per grazia di Dio sono stati
autosufficienti fino all’ultimo, disturbandoci, e disturbandoti, il minimo
indispensabile (puoi dirlo a voce alta).
L’altro
argomento, al quale dedicavi un pensiero quotidiano, riguardava quel lontano
parente, figlio unico, che s’era dovuto nfilari
intra la madre inferma e che ti faceva dire “però quannu sarà, si chiappa tutti cosi”. Mai che ti degnassi di
riflettere su cosa comporta una tale presenza. Non davi mai valore al
sacrificio, quello vero, che costa l’assistere un’inferma: doverla lavare,
cambiare, cibare, portare in braccio nel bagno (se si fa in tempo, altrimenti
sporca la biancheria linda indossata mezz’ora prima), con imprevisti sempre in
agguato, che dorme poco di giorno e quasi niente di notte, non può essere
lasciata mai sola e con le medicine da somministrare ventiquattr’ore su ventiquattro.
Un calvario che può durare decenni.
Nessuna colpa, sia chiaro, se tu non l’hai mai provato.
Una parola
di riconoscimento, per l’opera di figlio, nuora e nipoti, la cui vita ruotava
intorno a quella persona bisognosa di tutto, non ti sfuggiva neanche per
sbaglio. La tua ingordigia ti impediva di fare calcoli in termini di serenità
(specie quando si tratta dell’altrui
serenità), mentre ti ostinavi nei calcoli in termini di entrata: “e nan si pigghianu i beddri sordi ogni
misi! A pinziòna, u cumpagnamentu, tutti i sordi da banca, a casa. Chi cavulu
vonnu ancora! I sacrifici? quali sacrifici, a vicchiareddra sempri sittata sta
!”
Poi muore
la mamma (per tua fortuna) e credevamo che il babbo, compiendo un atto di
elementare civiltà dovuto ai figli, ci aprisse uno spiraglio da cui vedere
finalmente quei conti in banca tanto accanitamente ammucchiati quanto più
accanitamente tenuti segreti. E non per usufruirne anzitempo (con un padre come
il nostro nessuno si faceva illusioni) ma semplicemente per capire una
situazione che dopo cinquant’anni all’insegna del risparmio più rigido (per
loro la guerra non era ancora finita) e con pensioni INPS e INAIL (nell’ordine
di due procapite) doveva essere più che consistente e dunque ci poteva
consentire almeno, e al massimo, di fare qualche progetto, non di più. Invece
il segreto restò più insondabile di prima e non ci restava che consolarci con
il gioco del calcolo approssimativo: le somme che venivano fuori erano
immancabilmente di nove cifre: “un giorno li troveremo tutti a munzieddru” ci dicevamo, e la cosa,
umanamente parlando, faceva brillare gli occhi a figli, nuore, generi e nipoti.
La cura
del babbo viene affidata alla tua famiglia (ma non a casa tua, poiché lo
ospitavi un’ora al giorno per il pranzo, il resto era libertà assoluta), e sei
in mala fede a dire che senza di voi sarebbe finito all’ospizio; uno di noi che
si prendesse cura di lui, non dico meglio ma alla pari di voi, ci sarebbe stato
fuori di ogni dubbio. Così, per qualche anno lo avete accudito bene, non per
amore filiale, tanto per essere chiari, ma in cambio di quel mensile che vi
avrebbe, e vi ha di fatto, permesso di rivedere l’arredamento e rimuovere il
guardaroba di tutta la famiglia. Non più al mercato, come il solito, ma nei negozi
“in” della provincia. All’inizio con parsimonia ma dopo con sempre maggiore
disinvoltura fino a farvi trovare “disonorevoli” gli acquisti a basso prezzo.
Il vostro
tenore di vita di colpo balza ai vertici più alti sotto gli occhi di tutto il
paese che assiste sbalordito alla metamorfosi del vostro look e soprattutto
della tua identità. La cosa non era sfuggita neanche a noi consanguinei: “è
normale, ci dicevamo, con il mensile sicuro se lo può permettere, del resto se
lo suda e se lo gode, “a stizzana continua...” .
Nessuno nutriva timori per il “malloppo” grosso,
quello era al sicuro, e se qualche maligno tentava di metterci in guardia,
insinuando che l’occasione fa l’uomo ladro, sorvolavo per l’ottimo rapporto che
esisteva tra noi, che consideravo una garanzia, tanto più che nessuno di noi si
comportava in modo da essere punito. Puoi sparlare a modo tuo (mentendo con
estrema leggerezza) ma è la verità.
Disgraziatamente non cambiavi solo look, ma anche espressione e modo di
fare: quell’aspetto solare e spensierato che ti rendeva amabile, cominciava a
trasformarsi in un’espressione preoccupata, certamente immusonita. La tua
risata, così facile, si faceva rara, forzata, e il tuo carattere
fondamentalmente ottimista e diciamolo pure superficiale, che ti aiutava a non
perderti d’animo neanche davanti ai problemi più gravi, cominciava ad
offuscarsi. Il tuo volto era diventato serio, ieratico, gli occhi avevano perso
la brillantezza, erano sfuggenti, incupiti, come a specchiare un tormento
dell’anima che divorava la serenità che in te era innata: “dev’essere la
stanchezza” mi dicevo, e incolpavo l’età, la famiglia, nostro padre, che non
era certo una pasta d’uomo. Invece doveva essere la paura di affrontare il
giorno del giudizio, non quello divino, per capirci, ma quello più immediato
della resa dei conti matematici: lo capivi che quei conti fatti da te non
potevano tornare!
Un vanto
però vi resta, quello di non aver badato a spese quando si è trattato di
rendere l’opera completa perché si potesse dire “oltre il danno la beffa”,
escogitando fantasiose quanto ingenue spiegazioni per giustificare il “buco
nero”… “certe volte lo vedevo suttastrata,
e se gli chiedevo dove andava mi rispondeva “ e a tia chi t’interessa? Cu
sapi si iva na quarcunu! Volevate forse insinuare che andava a trovare
qualche persona particolare che gli stava mangiando il gruzzolo? Magari! Almeno
la famiglia non si sarebbe sfasciata. Peccato, davvero peccato, che papà non
fosse di “quella” risma.
Oppure:
“…può darsi che li aveva dentro la tasca dell’abito che gli abbiamo messo per
il funerale e noi non ce ne siamo accorti…”. Volevate forse dire che se li è
portati nella tomba? E volevate forse dire che durante la vestizione, presi dal
dolore, non avete avuto alcun “sentore” di strani ingombri? Sarebbe
un’innocenza imperdonabile!
“Tanti
sacrifici per quattro soldi”, dicevi tu.”. “Tanti soldi per due fili di veleno,
brontolava papà, e aggiungeva: <<minchia,
cu i sordi chi ci dugnu putissi iri a
mangiari no megghiu ristoranti di Catania, e o bell’ chi parranu: nan ci basta
né u ruttu né u sanu. Non avevate
ragione nessuno dei due ma in seguito abbiamo compreso ciò che intendeva e
tutti i bocconi amari che deve aver ingoiato.
Ti sei
lamentata di lui solo nei primi tempi, poi stranamente non più. D’altronde capivi che il tuo “sacrificio”
era sotto il sole, tante bugie non te le potevi inventare (papà era sano e
gagliardo) inoltre, mi dicevo, non si lamenta anche grazie a quella pensione
intera che ti versava mensilmente, che insieme ai parecchi milioni “una tantum”
in occasioni di feste e compleanni, dovevano farti talmente comodo (come a
tutti) da farti sopportare qualunque cosa. Ma si sa, i soldi non bastano mai.
Ed ecco
arrivare il giorno temuto (e sperato): papà se ne va. Si scoprono le carte in tavola, si fa per dire, ma il segreto del
conto in banca dei nostri vecchi resta più segreto di quando erano vivi. Per la
verità, da vivi tutti, te in testa, sapevamo con certezza matematica che i
soldi c’erano (eccome!), da morti si scopre che era solo fantasia. “Non ne so
niente” è stata la tua ingenua risposta e da quella risposta si è capito che,
invece, sapevi tutto. E’ stato ammirevole da parte tua, non il fatto di non
sapere “niente” ma che il “niente” non avesse intaccata la tua serenità (solo
apparente) che somigliava tanto a una rassegnazione. E non era da te, via!
L’unico
segno di scompenso fisiologico lo hai avuto davanti la tomba del defunto
qualche giorno dopo il funerale, segno, (poi si è capito anche questo) che
trovarti a tu per tu con il cadavere ancora caldo, ti ha fatto “rivoltare”
qualcosa nello stomaco, o nella coscienza, o in entrambi i luoghi.
Non si è
mai capito come fosse stato possibile infinocchiare il vecchio leone per far
cancellare dal libretto bancario i nomi di tutti i figli contestatari per
lasciare solo il tuo: l’avete ricattato, minacciato? O, ancora meglio, l’avete
stordito con tranquillanti e lavaggio di cervello, così largamente sperimentato
e dagli anziani così facilmente assimilabile? Qualunque sia stato il mezzo
usato (complimenti l’avete azzeccato) per trasferire il capitale da un conto in
comune ad un conto individuale, a distanza di tempo posso dire che hai seguito
i molti esempi della categoria alla quale appartenete, e che avete fatto un
figurone dimostrandovi all’altezza della disonestà scambiata per spirtizza: voi, infatti, non siete
persone disoneste ma persone sperte.
La figura di fissa l’hanno fatta gli
onesti. (Come da copione).
Un po’
meno bella l’avete fatta davanti a tutte le persone che ci conoscono e ci
frequentano. Ora hanno capito meglio chi siete voi e chi siamo noi e la cosa
non vi deve disturbare, prima perché tutto ha il suo prezzo, secondo perché
davanti ad un conto in banca con nove cifre, cosa vuoi che sia un po’ di stima
in meno e un po’ di disprezzo in più! Quisquilie credi. Ora non dubito su come
avete “lavorato”, giorno dopo giorno, sulla mente fragile di un uomo di
novant’anni: sparlando e inventando ogni sorta d’infamie per farci odiare e
rinnegare. Hai fatto bene. Il risultato ti ha premiato.
Il tempo è
passato e continua a passare, ma c’è una cosa che voglio farti sapere. Mi è costata molta fatica credere ai fatti,
ma ancora di più mi è costato dover rivedere l’opinione che avevo di te ora che
apparivi sotto un’altra luce, e quando ho dovuto arrendermi, ho provato
vergogna di appartenere al tuo DNA. Mi dicevo che essere rinnegati, senza
motivo, per una faccenda di lurido denaro (se si ottiene in un certo modo, a
danno di innocenti, il denaro è sempre lurido; non ci credi ? chiedilo al tuo
parroco), vuol dire che la leggenda di Caino non è tanto una leggenda, ma una
ignominia ampiamente praticata perché redditizia più della malavita
organizzata: malavita domestica, fatta in casa per intenderci, il cui risultato
spesso può superare quello di una rapina a mano armata, con l’unico rischio e
conseguenza, di frantumare rapporti, affetti e sentimenti (ma tu sai cosa
sono?).
Ancora
qualche domanda e qualche suggerimento. Sei certa che ciò che hai fatto fosse
nelle intenzioni di nostro padre e soprattutto di nostra madre (ricordi bene
come era nostra madre?) e di aver eseguito scrupolosamente la loro volontà? Non
scordare (mai) che hai disposto del loro avere, non del tuo. Se ritieni di aver
agito secondo il loro volere, conta pure sulla loro benedizione e vai per la
tua “retta” via. La tua coscienza è pulita e il sonno assicurato. Se non lo è,
non ti resta che portare pazienza.
Adesso vai
dicendo che non vi guardo più in faccia per un pugno di soldi. Io dico il contrario: siete voi che davanti ad un
pugno di soldi non avete esitato a calpestare un legame che per natura dovrebbe
essere considerato sacro. Non lo sapevi che cancellare i diritti porta automaticamente
alla cancellazione dei doveri?
E chiudo
con qualche suggerimento: essendo una di quelle persone praticanti, detti
comunemente bigotti (a proposito, ricordi cosa pensavo di loro? Come vedi non
mi sbagliavo!), cerca di essere anche credente; conoscendoti mi assale il
dubbio che sicuramente non sai che sono due cose diverse: praticante è la
persona che può imbrogliare il parroco raccontando solo quello che gli fa fare
bella figura e la fa apparire vittima anche quando è carnefice; il parroco, non
essendo un giudice e non potendo verificare, crede tutto, assolve tutti e
avanti un altro.
Il
credente, invece, sa che c’è un Padreterno che sente e vede anche ciò che
vorremmo non sentisse e non vedesse, e poi è così tosto che non si vende per
una messa, un rosario o una processione (sarebbe troppo facile, non credi?)
Per
tenersi buono l’Onnipotente occorre ben altro. Ogni tanto pensaci.
Abele